Quel pomeriggio in Darsena

Cos’è che ci rende nostalgici? Perché a un certo punto cominciamo a guardare indietro, diventiamo schiavi del passatismo, dei “miei tempi”, del si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio?

No, non può essere vero. Non si può stare meglio quando si sta peggio. Ma allora perché esiste questa percezione? Mi spiego con due esempi.

Le possibilità di ascoltare la musica oggi sono infinite, letteralmente. Mille supporti, mille formati, mille momenti; la si può ascoltare in streaming, scaricare, zippare e spedire all’altro capo del globo. Negli ultimi anni ho accumulato centinaia di album in mp3 con l’idea di ascoltarli, decidere se mi piacciono e magari in quel caso approfondirne la conoscenza, riascoltarli, comprarli; oppure cancellare i file quando ho capito che quella roba non mi interessa (e così facendo, liberare spazio sul computer per accumulare nuovi album da studiare, tenendo in vita questo infinito ciclo sonoro che mi vede correre dietro a troppe cose da ascoltare, troppi nomi da imparare).

Sono infinite ovviamente anche le possibilità di informarsi; online, si può conoscere tutto su qualunque artista, scambiare opinioni, leggere recensioni, sapere quali album sono in uscita, ascoltarli prima che siano pubblicati.

Ma allora perché di tanto in tanto mi trovo a fantasticheggiare dell’epoca in cui potevo comprarmi, studente fornito solo di mancia, un disco al mese? Senza saperne niente prima tra l’altro, col rischio di beccarmi una sòla pazzesca e sapere che per quel mese è andata, kaput, tocca ascoltare quella fetecchia che hai comprato, non c’è più budget per comprare altro.

Ricordo quando passai l’esame di Econometria all’università (o era Matematica?) e uscendo dall’aula in via Sarfatti andai dritto alla fiera di Senigallia, che allora si teneva ancora sulla Darsena di Milano, girai per un pezzo fra le bancarelle e dopo tanto cercare trovai il cd di “Station to Station” di David Bowie. Lo comprai come auto-premio per l’esame e tornato a casa lo misi nel lettore come fossi un sacerdote che compie un rito millenario. Meraviglia! Che bello era, averlo tanto aspettato, aver dedicato settimane alla decisione di quale disco comprare, e finalmente, ascoltandolo, esaltarsi a ogni nota.

Non ricordo in quale occasione comprai “Trompe Le Monde” dei Pixies, ma andò alla stessa maniera; e così “Lovesexy” di Prince, o “The Great Escape” dei Blur: allora, ogni disco che compravo meritava un ascolto integrale subito, in silenzio, restando concentrato, possibilmente a tarda sera (niente interruzioni); e poi un secondo a breve distanza, con libretto dei testi in mano (sempre che ci fosse, il libretto dei testi; altrimenti, senza internet, bisognava faticare come gli schiavi egizi alle prese con le piramidi per capire cosa dicevano Bruce Springsteen o Mick Jagger). Il mio compagno di classe Ribo aveva questa teoria che la musica va ascoltata seduti su una sedia, non in poltrona o divano, perché l’eccessivo confort invoglia a perdere la concentrazione, a sonnecchiare; in punta di sedia si resta più all’erta, più ricettivi. Diceva anche che bisogna ascoltarla al buio, la musica, o in penombra (ma attenti alla pennica imprevista) perché non ci siano oggetti, immagini o cose che attirando la vista distraggano dai suoni. Ribo, minchia, eri un nazista!

Insomma, all’epoca ascoltai tanti nuovi dischi con quella devozione assoluta, magari non al buio sulla punta di una sedia, ma con il dovuto isolamento da ogni altra cosa quotidiana. Sì, qualche volta mi sono addormentato steso sul parquet della mansarda di casa dei miei nella provincia pavese: ma nel complesso, due giorni dopo aver comprato un disco lo conoscevo minuto per minuto.

Ma l’eccezionalità dell’evento basta a spiegare questa specie di nostalgia? Era meglio allora, con l’ascolto liturgico, oppure oggi che tutto succede molto più in fretta e distrattamente ma posso ascoltare e conoscere dieci gruppi nuovi alla settimana, e scambiare con gli amici decine di gigabyte di musica senza problemi?

Altro esempio, sempre primi anni ’90.

Il martedì pomeriggio, tornando a casa dalle lezioni all’università, sul bisnonno di Sky (non mi ricordo se si chiamasse già Telepiù, forse era ancora Capidistria) davano una sintesi di una partita del campionato di football americano. Aspettavo il martedì pomeriggio come fosse un piccolo Natale settimanale per vedere quella partita; non sapevo niente delle squadre (non sapevo bene nemmeno quali squadre esistessero!), conoscevo una manciata di giocatori, non potevo seguire in modo decente l’andamento della stagione, i commentatori italiani erano un po’ incompetenti. Non c’era internet, tutto quello che sapevo era quel che vedevo succedere nella sintesi di quella partita.

Da anni ormai a casa – a Milano e Parigi – ho l’abbonamento alla tv via satellite, con i canali sportivi americani; anche qui ad Haiti, dove non ho il satellite a casa, posso scegliere fra due o tre bar dove la sera danno le partite in diretta, con circa dodici commentatori americani che danno centinaia di informazioni, spiegazioni e interpretazioni di ogni azione. Ci fu un periodo, quando abitavo in Messico, in cui avevo un abbonamento che mi permetteva di scegliere quale partita vedere ogni domenica: erano tutte comprese nel pacchetto; facevo zapping fra un canale e l’altro e ops!, ora sono a Baltimora, ora a Chicago, ora a Miami.

Oggi su internet posso vedere highlights, classifiche, leggere decine di articoli, analisi, sapere i nomi di tutti i giocatori di ogni squadra, studiare statistiche, tutto.

E allora perché ogni tanto mi sembra che le partite fossero più interessanti in quei martedì pomeriggio di vent’anni fa? Certo, c’era Dan Marino perdiana, ma oggi ci sono Peyton Manning, Drew Brees e Aaron Rodgers. Sono sicuro, in quei primi anni ’90, di avere visto delle partite di una noia mortale, ma il solo fatto di imparare il nome di un quarterback mi sembrava una manna dal cielo.

Possibile che sia nostalgia dell’epoca? In tutta onestà stiamo parlando, nei due casi, di un periodo intorno al primo-secondo anno di università, in cui, almeno fino a un certo punto, per me c’è poco da rivangare nostalgicamente.

Oppure era la scoperta? Il fatto che quelle cose non fossero scontate: erano una conquista, un “di più” non sperato, non immaginato. Qualcosa di unico, il cui maggior valore è dato proprio dalla scarsità relativa, come direbbero gli economisti?

O semplicemente è il fatto che avevo vent’anni, esattamente la metà di quelli che sto per compiere. Posso essere così banale?

Ma soprattutto: qualcuno sa dirmi perché mi spuntano le formichine da sotto i tasti del computer, cazzo?

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4 risposte a Quel pomeriggio in Darsena

  1. giovanna ha detto:

    Caro Mepu…. Il rito di ascoltare gli album per la prima volta era uguale al mio! Che nostalgia! Ma a parte il fatto della scelta, dell’acquisto e della scoperta c’è da dire che la musica di venti/trenta anni fa era tutt’altra cosa rispetto alla sbobba di oggi!

  2. Marta ha detto:

    …e io andavo al cinema a orari improbabili per vedere i film in lingua originale e mi emozionavo
    così tanto quando riuscivo a capire qualcosa che mi mettevo a ridere……. anche con i film
    drammatici (ammetto, è un po’ imbarazzante). Eh caro lei, bei vecchi tempi andati!!!
    Un abbraccio

  3. Ilaria Serina ha detto:

    AH!! Mamma mia!! Che schifo le formichine dalla tastiera… me le sognerò questa notte!! Molto surrealista tra l’altro!! Ho la fobia assoluta delle formiche!! Ma a parte questo – sciocchezze assolute ;P!! – mi ero quasi dimenticata, mannaggia a me, che goduria fosse leggerti!! Assoluta, certamente, anche questa!! A onore di quel che hai scritto, io ho fatto esattamente una cosa analoga a quanto da te descritto sopra, proprio ieri sera in Ricordi/Feltrinelli!! Reduce da un’anteprima a dir poco oscena, son corsa a ripari cercando un’offerta tra dvd e cofanetti per consolarmi. C’era l’imbarazzo della scelta e continuavo a pensare che avrei fatto bene ad andare sul sicuro, optando per una pellicola già vista, che andasse ad arricchire la mia collezione; ma non ho saputo resistere all’idea di regalarmi una sorpresa, lasciarmi tentare dal titolo, dalla copertina, dalla trama, da qualcosa che avrei voluto vedere, ma mi era sfuggito. L’idea di strappare la pellicola trasparente ed infilare il cd nel lettore, carica di attesa, curiosità e ben consapevole della potenziale sola ad attendermi oltre i titoli di testa!! Ho alzato la posta decidendo in ultimo per due mini serie tv, così la sola potrebbe essere episodica!! ;DD… O magari la soddisfazione, perché no?!! Sì è vero, con tutte le possibilità che ci sono oggi perché buttar via dei soldi?!! Ma credo vi sia molto di vero in ciò che hai detto!! Forse la nostra è stata l’ultima generazione o comunque tra le ultime, che potranno ricordare con un nostalgico sorriso certi sottili, ma immensi piaceri!! Agognati, meritati, intensi piaceri in punta di sedia! ;D

    • alidimepu ha detto:

      Cara Ila, brava!
      Hai aggiunto un tassello fondamentale al mio discorso un po’ retrò: il piacere di scoprire un cd al buio! Ho preso anche io le mie belle sòle (come dimenticare l’acquisto in vinile di un orrido disco di Diana Ross?), ma quando funzionava (e la maggior parte delle volte funzionava, perché anche se non avevi il pre-ascolto su internet avevi pur sempre un pochino di cervello) era una goduria indescrivibile! Lasciarsi guidare dall’istinto, magari con l’aiuto di un “sentito dire”, comprare qualcosa senza sapere già in anticipo cosa ti aspetta… se non avessi corso qualche rischio non avrei mai scoperto, per esempio, i Blur, gli Eels o gli Sparklehorse: comprati senza mai averne sentito una nota, sono diventati qualcosa di più che alcuni fra i miei gruppi preferiti… sono come compagni di viaggio, pane quotidiano per le orecchie e l’anima. E resterà sempre la sensazione che non sarebbe stato lo stesso se li avessi prima scaricati dal web, ascoltati, giudicati, soppesati, riascoltati, risoppesati e infine sì, comprati. No, l’acquisto alla cieca e la scoperta di un tesoro resta un’esperienza indimenticabile.
      Grazie!

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