Perché non rimpiango il giornalismo

Ettore Mo è una firma storica del giornalismo italiano e della sua testata più illustre, il Corriere della Sera. Per questo ogni cazzata che scrive, e ne scrive tante, passa sotto il silenzio benevolo dei colleghi e dei suoi direttori. Chissà se i lettori le notano e cosa ne pensano. Recentemente Mo ha scritto un reportage su Haiti dopo la visita dell’uragano Sandy. Non sono sicuro che Mo sia venuto davvero ad Haiti per scrivere il reportage; dopotutto, Mario Luzzatto Fegiz scrisse la recensione di un concerto che non si era mai svolto.

Ecco, grazie alla segnalazione del mio amico Ribo, il link.

La fiera delle cazzate inizia presto, stavolta. Alla terza riga Haiti viene definita “un’isola”. Ora, che Haiti faccia parte di un’isola non ci sono dubbi; ma, come diceva mio nonno, se da uno Stato puoi andare in un’altro Stato in motorino, è difficile sostenere che il primo Stato sia un’isola; al massimo ne fa parte. A meno che il tuo motorino nuoti. In breve: Haiti fa parte di un’isola che si chiama Hispaniola; ne occupa meno della metà; gli altri due terzi sono occupati dalla Repubblica Dominicana.

Ma questa è roba da poco. Poco più avanti, Mo parla “dell’epidemia di colera scatenata dall’immane terremoto nei Caraibi del gennaio 2010”. E questa è da Oscar. Perché insomma, se è vero che il colera ha fatto circa 7 morti, come scrive Mo, vale la pena di documentarsi prima di scrivere l’articolo, no? Non dico leggere cose serie, ma neanche un’occhiatina alla svelta a Wikipedia, Ettore?

Il terremoto colpisce il sud di Haiti il 12 gennaio 2010. E nell’universo parallelo di Ettore Mo in qualche modo dai calcinacci, zac! spunta il vibrione. Ma nel nostro universo l’epidemia scoppia dieci (10) mesi dopo, in una zona di campagna del centro-nord del paese con la quale il terremoto non c’entra niente. Lassù non erano caduti nemmeno i vasi dai davanzali, il 12 gennaio 2010. In compenso c’era una base dell’ONU di caschi blu nepalesi; i quali avevano portato l’infezione con sé dal Nepal (senza saperlo?) e avevano preso l’abitudine di svuotare le latrine in un fiume che irrigava tutta una valle e dava a milioni di persone acqua per lavarsi, coltivare e spesso cucinare. C’è una class action in corso nei confronti dell’ONU a causa di questo, ci sono state analisi e contro-analisi in laboratori americani e i test sul DNA del vibrione comparso ad Haiti nell’ottobre 2010 confermano che è la stessa catena del Nepal.

Terza cosa, e siamo ancora al primo paragrafo… secondo Mo, dopo Sandy, intere comunità del Sud sono isolate: ponti distrutti, strade interrotte, in particolare si parla di città come Léogane e Les Cayes. L’articolo di Mo è datato 4 novembre. Ora, il caso vuole che io e alcuni colleghi si sia andati a fare un’allegra scampagnata per il ponte dei morti, dal 2 al 4 novembre appunto, su una remota e splendida isoletta chiamata Ile à Vache (Isola delle Mucche). Per dove siamo passati, in macchina? Per Léogane e Les Cayes! Raggiungibili tramite apposita strada ben asfaltata; cantavamo a squarciagola “tutti al mare / tutti al mare / a mostrar le chiappe chiareeee” proprio mentre passavamo sul ponte che secondo Mo è andato distrutto. A Les Cayes abbiamo fatto una bella passeggiata per il centro (l’architettura coloniale merita davvero) e ci siamo seduti a un bar per bere una birra, godendoci momenti di estrema libertà (qui a Port-au-Prince non possiamo, per ragioni di sicurezza, né passeggiare né sederci a un bar qualsiasi). Sempre a Les Cayes abbiamo preso la barca per l’Ile à Vache.

E ancora… Mo è andato a visitare un centro di trattamento del colera: una piccola casupola di legno, una tenda bianca, quattro malati dentro. Certo, suggestivo. Ma il nostro eroe sembra essersi convinto che l’emergenza del colera sia affrontata solo così, alla disperata, da quattro gatti armati di santa pazienza. Forse se avesse visitato i vari centri di trattamento del colera che MSF ha un po’ ovunque intorno alla capitale, con centinaia di letti e centinaia di medici e infermieri che ci lavorano in modo regolare e organizzato, avrebbe dipinto un quadro più onesto della situazione.

Ettore Mo, tu che alla fine dell’articolo parli dell’hotel Oloffson di Port-au-Prince, reso immortale da Graham Greene nel suo romanzo “The Comedians”… ma almeno all’Oloffson ci sei stato a bere un rum sour? Noi ci andiamo tutti i giovedì sera a sentire i RAM che suonano. Dovresti provare, la prossima volta che passi da Haiti.

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