KAFKA SULLA SPIAGGIA (DI HAITI)

Sono gli ultimi, frenetici istanti prima della consegna della dichiarazione annuale alla Direzione Generale dei Tributi di Haiti. Il ritmo in ufficio è frenetico.

“Ma sappiamo qual è il formato della dichiarazione?”

“Nessuna idea”.

“Ma l’anno scorso come abbiamo fatto?”

“Non l’abbiamo fatto. Non c’è traccia”.

La mattinata si gioca sul filo del telefono tra Haiti, Parigi e New York. Sembriamo l’FBI, almeno come la si vede nelle serie americane; sono sicuro che nella vita reale all’FBI le giornate sono molto più monotone che da noi.

“I conti non tornano”.

“Ma tanto non li leggerà nessuno”.

“OK”.

Fermi tutti, altro problema.

“C’è una differenza fra le cifre prese dal mio sistema contabile e le tue, prese dal programma di gestione delle risorse umane”.

“E quindi?”

“Prendiamo le tue. Io non mi fido del mio sistema contabile”.

“Ma io non mi fido del mio sistema di gestione delle risorse umane; no, prendiamo le tue”.

“No dai, le tue”.

“No, ti prego, le tue”.

“Uhm…”

Finalmente ci presentiamo alla Direzione Generale dei Tributi. Sul filo di lana. Quali cifre abbiamo preso, poi? Credo una media.

“Buongiorno, a quale sportello dobbiamo presentare questa dichiarazione?”

La domanda è in effetti impropria, perché alla DGT non ci sono sportelli; solo una serie di scrivanie sparse un po’ in mezzo alle stanze e ai corridoi, senza peraltro che ci sia qualcuno a presidiarle: le sedie sono vuote. Una folla indistinta si agita invece in piedi tutt’intorno.

È francamente impossibile stabilire chi lavori alla DGT e chi no; come in ogni ufficio aperto al pubblico ad Haiti, il posto pullula di sfaccendati, perdigiorno, curiosi, passanti che non avevano nulla da fare, gente che cerca di rendersi utile sperando di essere notata da un talent-scout della DGT e quindi assunta, faccendieri, ecc. Tra questi sicuramente c’è qualcuno che lavora davvero in loco; il problema è che se ti rivolgi alla persona sbagliata, un passante per esempio, quello non ti dirà mai “mi spiace, non lavoro qui”, ma cercherà di risolvere il problema nel modo che ritiene più opportuno. Peccato che potrebbe essere il panettiere dell’angolo. Ad Haiti funziona così. La nostra domanda, rivolta a nessuno in particolare, cade nel vuoto. Finché…

“Avete bisogno?”, ci dice un tizio. E naturalmente non c’è nessuna garanzia che lavori alla DGT. Probabilmente era qui per riparare l’impianto elettrico.

“Dobbiamo presentare questa dichiarazione; a chi ci dobbiamo rivolgere?”

Anziché ammettere di non averne la più pallida idea, il tizio si guarda un po’ intorno, si gratta la testa e butta lì, a caso: “in cima alle scale a sinistra”. Noi obbediamo, non avendo nulla da perdere.

In cima alle scale a sinistra ci troviamo di fronte a una scena identica; scrivanie vuote e cento persone che gironzolano tra stanzoni e corridoi. Sembriamo noi quando facciamo l’esercizio del “camminare nello spazio” al corso di teatro. Stavolta nessuno si avvicina. Mi faccio avanti io, al primo che passa, solo perché indossando la camicia ha un’aria ufficiale.

“Senta, abbiamo questa dichiarazione da presentare…”

Ancora una volta, piuttosto che dire “non so di cosa parla”, il tizio improvvisa e mi prende la dichiarazione dalle mani. Se fosse scritta in sanscrito, farebbe la stessa espressione. Si guarda intorno, sceglie una scrivania a caso e va a sedercisi. Lo seguiamo, più che altro perché ha in mano i nostri preziosi fogli.

“Questa per chi è?”, ci domanda. E devo dire, la cosa ci sorprende. In teoria infatti è per lui.

“La dichiarazione annuale…”, balbetto, già scoraggiato.

“Ma perché l’avete fatta?”

“È la legge…” dico con un filo di fiato.

Se la rigira fra le mani. Si alza e cambia scrivania (giuro), ma non cambia espressione, né sembra avere più niente da dire. Comincia a leggerla; scorre i nomi dei dipendenti, per ciascuno legge nome e cognome, codice fiscale, stipendio lordo, trattenute…

“Ce ne sono 730, di dipendenti…” faccio, sperando che non voglia leggerli tutti.

A un certo punto lascio la mia collega alle prese con questo pagliaccio, mi faccio dare un’altra copia della dichiarazione (fortunatamente ne abbiamo tre) e vado in cerca di aiuto.

“Scusi, questa dichiarazione…”, dico nel vuoto mostrando i fogli a tutti e a nessuno.

Una donna mi guarda storto. “Cos’è?”

“Non lo so…”, confesso.

“Perché la volete presentare?”

“Guardi, io so solo che ci sono 300 mila gurde di multa, altrimenti…”

“Ma chi lo dice?”

“La legge…”

“Ma lei ce l’ha il testo di questa legge?” (giuro).

In quel momento la mia collega mi raggiunge. È riuscita a strappare di mano la copia della dichiarazione che l’altro nullafacente stava studiando e mi dice: “Ho chiamato in ufficio, mi dicono di rivolgermi a Monsieur XXX”. Andiamo chiedendo a destra e sinistra chi è Monsieur XXX, finché ci dicono: là dentro. Entriamo nella stanza.

Ci sono almeno cinque persone intorno a una grossa scrivania dove un uomo in camicia e gemelli si gratta il mento. Sono tutti in cerca di qualcuno che li ascolti, come noi. E sono arrivati prima: in teoria dovremmo fare la fila. Ma ad Haiti per uno straniero è impossibile fare la fila, anche se volesse. Tutti si scostano e l’uomo alla scrivania li ignora di botto e si rivolge a noi: “Cosa posso fare per voi?”.

“Questa dichiarazione…”

La prende, la osserva, la rigira fra le mani. “Capo!”, grida attraverso un’apertura nel muro a uno che sta nell’ufficio accanto, “ti mando questi!”. E così passiamo nella stanza di fianco.

Mano a mano che saliamo di grado, notiamo come l’abbigliamento dei funzionari si faccia sempre più elegante, l’aria condizionata sempre più fredda e l’unghia del mignolo sempre più lunga. Questo qui ha un gessato, sta in 14 gradi e al mignolo ha un artiglio preistorico.

“Cosa volete fare?”

“Presentare questa dichiarazione”.

“Ma perché proprio a noi?”

“Avevamo in effetti pensato di presentarla al Domino’s Pizza dell’angolo, ma poi…”

(No, la mia collega interviene prima che possa dirlo davvero).

Si ripete la solita conversazione, compreso il “posso vedere il testo di questa legge?”.

Finalmente alza una cornetta e chiama qualcuno. Discute per un quarto d’ora, poi ci guarda paternalisticamente e spiega, come se fosse lui ad avere compilato il documento e noi a non averlo mai visto prima. “Vedete, questa dichiarazione ci serve per fare dei controlli fiscali sui dipendenti della vostra organizzazione; qui noi possiamo verificare lo stipendio…”

“C’è un problema”, interviene la mia collega. “Lo stipendio che ci chiedete nella dichiazione è lo stipendio di base..”

“Stia tranquilla, mi lasci finire”, dice lui. “E qui accanto troviamo le tasse trattenute ai vostri dipendenti…”

“… ma”, dice di nuovo lei, “voi ci chiedete lo stipendio di base mensile e…”

“Calma, calma, un momento. E noi possiamo confrontare stipendio, le imposte…”

“… ma lo stipendio è quello di base e le imposte sono calcolate sul lordo con i bonus, le ferie non godute e tutto il resto”, dice lei, che stavolta non vuole essere interrotta nella sua interruzione, “e poi lo stipendio che chiedete è mensile mentre per le imposte chiedete l’ammontare totale annuale. Il calcolo per la verifica è assolutamente impossibile. Non so cosa ve ne fate…”

Non credo alle mie orecchie. Perché, perché! Avevamo una chance di disfarci di questa inutile dichiarazione, lasciarla nelle mani di questo bonario burocrate! Bastava fare come me: annuire meccanicamente, dire “ok” quando lui fa una pausa per prender fiato… e invece ora il tizio si ferma, si rende conto che qualcosa non va…

“Va bene”, dico prima che possa rimettere in discussione l’esistenza stessa di questa dichiarazione e sostenere che è un’illusione ottica, “ma a prescindere dal calcolo, possiamo consegnare il documento?”

“Ma certo, però ci vorrebbe una lettera di presentazione. Per esempio, fatta così. Allora, in cima al foglio mettiamo: Port-au-Prince…, oggi quanti ne abbiamo? Ah, certo, è il giorno della scadenza, 31 ottobre… poi diciamo: alla cortese attenzione del Direttore… allora, se la presentate qui al nostro ufficio di Delmas, mettiamo ‘Direttore XXX’; se invece la presentaste all’ufficio di Pétionville, allora mettereste ‘Direttore YYY’. Oppure, per esempio, la presentate all’ufficio centrale e allora diventa ‘Direttore ZZZ’”.

Tutto questo accade davvero. In un momento di sconforto, che non riesco a fare in tempo a controllare, abbasso la testa e me la prendo tra le mani. Lì nell’ufficio della Direzione Generale dei Tributi, giuro. L’uomo si ferma e mi fa: “tutto bene?”. Ora si sta un po’ incazzando. Ho esagerato, ma non ho fatto apposta. La mia collega mi guarda incredula, “ma come puoi abbassare la testa e prendertela fra le mani così davanti a lui?”, dice con gli occhi.

Ma la cosa funziona, perché il tipo, che ora non si diverte più a parlare con noi, dice: “va bene, comunque a voi interessa consegnarla, allora vi firmo la ricevuta e siamo a posto”. E in fondo alla nostra copia della dichiarazione mette l’agognata firma, e la sua firma non delude le attese: è praticamente un’opera d’arte che richiede un quarto d’ora di ghirigori, la penna va e torna, sale e scende, si avvita, rallenta e scatta di nuovo. E alla fine la firma è lì. E c’è anche un timbro sopra.

Presa la ricevuta, faccio in tempo, prima di uscire, a vedere la nostra dichiarazione che cade nel suo cassetto. Unica, probabilmente a essere mai stata presentata, ora e sempre, da noi o da chiunque altro. Ma la legge è la legge.

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2 risposte a KAFKA SULLA SPIAGGIA (DI HAITI)

  1. Luca ha detto:

    Francesco, ti sei superato. Mi sembrava di essere lì a sudare con te e a ripetermi “non sta succedendo davvero, non sta succedendo davvero…….”
    Tuttavia, nonostante il tuo fantastico spot di pubblicità comparativa, non non sei affatto riuscito a migliorare la mia considerazioen della burocrazia italiana 🙂
    Mi scrivi per favore una mail conun semplice ciao al mio indirizzo? Ho cambiato PC e ho perso il tuo…………
    A prestissimo, amico caro
    Luca

  2. Daniele ha detto:

    Lì ci vorrebbe la famosa ‘Pubblica amministrazione liberale’ (?) che il Papi ci promise nel 1994.

    Daniele

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