PERFECT

(voi non ci credete quando dico che qui non ci sono le fogne)

Ogni tanto devo prendere una pausa dalle cronache locali. Questo è uno di quei periodi in cui non ho tanto da dire su questo posto; è la stanchezza.

Stanchezza di vivere in una specie di programma per la protezione dei testimoni… svegliarmi in una super-villa protetta dalle guardie, da cui non posso uscire a piedi; di dover programmare i “movimenti” della giornata come fosse lo Sbarco in Normandia; di chiedere sempre se quella via o quel bar è nella lista dei posti “approvati”; di dover comunicare ogni spostamento al radio-operatore; di chiedere se c’è una vettura disponibile per fare la spesa.

E così in momenti come questo, ripiego autisticamente su antiche fissazioni che sono la mia coperta di Linus; o meglio ancora, sono quella cosa che il protagonista di non so più quale film deve continuamente ripetersi per non dimenticare che quella che sta vivendo è una realtà virtuale; ripetere quelle cose lo aiuta a non perdere il contatto con la realtà vera.

In altre circostanze, avrei smaltito questi argomenti insieme a una birra in fondo al Naviglio Pavese. Oddio, in certi momenti, anche qui ad Haiti, basta chiudere gli occhi e sentire la puzza nelle narici, i morsi delle zanzare dappertutto, e potresti fingere di essere proprio là, sul Naviglio.

Ma la birra non è la stessa! Dunque, musica sia.

Avviso: tutto ciò che segue è palloso e/o autoreferenziale (il più delle volte, le due cose insieme).

Oggi mentre ascoltavo la musica in macchina come al solito ho stabilito i tre criteri fondamentali che un album deve soddisfare per poterlo definire perfetto. Definizione da prendersi ovviamente come impropria, visto che la perfezione… eccetera eccetera. Ma insomma, senza ulteriori indugi… ecco i criteri.

1. Ogni singola canzone deve essere di ottimo livello; non ci devono essere cadute di tono, pezzi-riempitivo, tracce dimenticabili o così così. Non significa che ogni canzone debba essere un capolavoro, è impossibile; allora sì che avremmo un album perfetto in senso stretto. Non esiste. Ma di alto livello sì, deve esserlo.

2. Le canzoni nel loro insieme devono formare un discorso omogeneo, coerente, essere legate a livello stilistico e tematico in modo da potersi davvero dire che “il tutto vale più della somma delle parti”. Non si parla per forza un concept album, ma di un progetto con una chiara impronta tematica, una “personalità” ben definita a cui ogni canzone contribuisce come fosse uno strumento in un’orchestra.

3. L’album deve in qualche modo catturare lo zeitgeist, lo spirito del tempo; deve raccontarci qualcosa della sua epoca. Non pretendiamo che la esprima magistralmente (quello possiamo chiederlo a Dickens o Fellini, mica a una popstar di vent’anni e spiccioli), ma almeno che ne accarezzi, in un’ora scarsa di note e parole, i contorni.

Si noti che ci sono album non perfetti che sono meglio di un album perfetto. Come è possibile? Facile. Prendiamo un album A in cui ogni canzone è di ottimo livello, senza che alcuna arrivi a essere però un vero e proprio capolavoro; ammettiamo che soddisfi anche le condizioni 2 e 3: sarà perfetto. Per esempio, Jagged Little Pill di Alanis Morissette (1995). L’album B invece ha una canzone che non convince, una caduta di stile che lo rende imperfetto. Ma le altre sono tutte ottime, con alcuni capolavori assoluti. Per esempio The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, di David Bowie (1972); la canzone che lo rende imperfetto, come avrete già intuito, è It Ain’t Easy. Mannaggia! Perché l’ha fatto? Non è neanche sua, diamine; è una fottutissima cover. Comunque, il concetto è chiaro no? Ziggy Stardust, anche con It Ain’t Easy, ne vale dodici, di Jagged Little Pill.

Uhm. Ripensandoci, forse JLP non è poi perfetto. Qualche canzone buonina ma non eccelsa ci deve essere. Tipo: Right Through You, You Learn… No, non è perfetto. Ma vabbè, ormai l’esempio è fatto, avete capito.

Ovviamente Modern Life Is Rubbish dei Blur (1993) è perfetto. Sorpresa, eh? E’ il mio album-orsacchiotto, gli ho già dedicato un post tutto per sé! Anche Low di David Bowie (1977): doppio merito, perché finisce con diverse tracce strumentali e come ben sappiamo, i pezzi strumentali nel pop-rock sono pericolosi (soprattutto per i testicoli dell’ascoltatore, che rischiano di uscirne a pezzi).

Francamente sarà banale, ma Nevermind, ovviamente dei Nirvana (1991), ci sta tutto. Più che cogliere lo spirito dell’epoca, ha contribuito a definirlo. Un certo revisionismo storico sembra volerlo tacciare di essere sopravvalutato: rifiutate il revisionismo storico! Siate fieri del Risorgimento. Non rinnegate Mani Pulite. E ascoltate Nevermind.

E anche Dark Side of the Moon dei Pink Floyd (1973). O no? Forse era un po’ troppo al di fuori della realtà? Non so, ero appena nato, non ricordo che aria tirasse. Per me anche Sign ‘O’ the Times di Prince (1987) rientra nella categoria, anzi vale ancora di più in quanto trattasi di album doppio (è più difficile mantenere alto il livello con una durata maggiore) e in quanto trova una sua strana coerenza nell’estrema varietà di stili musicali, dal pop al rock al funk al rap al gospel all’elettronica. Ma se lo ascolti (e faresti bene) ti accorgi che sta insieme magnificamente.

Poi c’è Violator dei Depeche Mode (1990), anche se non sono sicuro della condizione 3. Insomma, le prime due alla grande, ma lo zeitgeist dove lo mettiamo? Stesso dubbio per Little Earthquakes di Tori Amos (1992). Sono quasi più convinto di It’s a Wonderful Life degli Sparklehorse (2001).

Il Nevermind inglese, a suo modo, è A Different Class dei Pulp (1995): inno generazionale, prodigio musicale, colonna sonora di un mondo in fermento. Album perfettissimo. Lo so che non si dice. Ma qui è tutto improprio.

Sono fortemente tentato anche dal lunghissimo e ambiziosissimo Mellon Collie and the Infinite Sadness, degli Smashing Pumpkins (sempre 1995, un anno di grazia musicale: escono anche The Bends dei Radiohead e What’s the Story (Morning Glory)? degli Oasis, altri due candidati; e poi Not a Pretty Girl di Ani di Franco, To Bring You My Love di PJ Harvey, il già citato Jagged Little Pill… ma che annata! anche il Barolo in quei dintorni era ottimo). Comunque Mellon Collie è un po’ un Sign ‘O’ the Times in un certo senso: un lungo (molto più lungo di Sign…) caleidoscopio di stili, fantasioso, geniale. Forse un po’ pretenzioso, cosa che Sign… non è, ed è per questo che su Sign… non esito e invece su Mellon Collie sì.

Avrei voluto battezzare anche Worst Case Scenario dei Deus (1994), che ha il merito di essere un album d’esordio e poi fa figo avere una band del Belgio nella lista; ma WCS si butta un po’ via nel finale, come se a un certo punto i Deus avessero detto “Ma come sta venendo bene ‘sto disco! Dai, finiamolo in fretta, non vedo l’ora di leggere le recensioni, wow, il nostro primo album, fico!!!”.

E poi certamente Pornography dei Cure (1982). Dei Radiohead, se non prendiamo The Bends, c’è sempre il classicone OK Computer (1997) che forse le 3 condizioni le soddisfa anche meglio. Io mi vergogno un pochino ma prenderei in considerazione anche Urban Hymns dei Verve (1997), sebbene su qualche rivista musicale l’abbia sentito definire “uno degli album populisti dell’era post-OK Computer“. E un po’ lo è.

Come vedete sto lasciando da parte volutamente un po’ di gente, altrimenti il gioco è troppo scontato. Vabbè, dei Beatles se ne possono scegliere diversi, io ho un debole per Abbey Road (1969). Degli Stones non so, il mio preferito è Let It Bleed (sempre 1969, altro anno di grazia, esce anche Space Oddity di Bowie, per dire). Dylan non lo conosco abbastanza, Hendrix nemmeno. Elvis, scusate, mi fa schifo.

E gli Smiths? Forse gli Smiths hanno partorito cinque album perfetti (1984-1987). Forse gli Smiths sono l’unico esempio nella storia di una discografia interamente perfetta. Anche perché breve, troppo breve (se si escludono i 287 “best of”). Eterno rimpianto.

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