STREET SURFIN’

“Non è giusto”, mi fa, “fra tutti noi, lui è il più protetto!”

Protetto?

Pensavo parlassimo di guidare una macchina. Cosa c’è da proteggere? Ma quale ingenuità. C’è sempre qualcosa da proteggere! Mai sottovalutare le complesse relazioni personal-professionali fra i nostri autisti; c’è tutto un sistema informale di gerarchie, precedenze, diffidenze e tatticismi fra di loro. Giustamente, come per tutti i lavoratori al di sotto del milione di euro l’anno, la loro vita “d’ufficio” è scandita da tanti piccoli rituali quotidiani, molti dei quali inconsapevolmente sado-masochistici (quanto meno a livello subliminale). Fra i quali, per esempio, c’è la “sparizione sul limitare del cambio turno”. Ovvero, quando comincia a mancare meno di un’ora alla fine del tuo turno, il trucco sta nel mimetizzarsi tra i cespugli per non dover prendere un’ultima consegna che ti fa rischiare gli straordinari.

E dunque questo autista, che per semplicità chiameremo “Paride”, è “il più protetto”. E ha potuto, in virtù di questa protezione (?), scampare la corsa disperata nel magma caotico del traffico di fine pomeriggio (e dunque fine turno) che mi ha permesso di consegnare appena in tempo una disdetta all’affitto di una casa che abbiamo (avevamo) nel nord di Haiti.

Peccato Paride, perché è stato divertente. L’autista che ti ha rimpiazzato all’ultimo (che per semplicità chiameremo “Ronaldo”), si è invece goduto lo slalom gigante fino a “un certo punto lungo la statale, quando trovi un distributore Total abbandonto”. Eh sì, perché l’appuntamento con lo scagnozzo del proprietario della casa, a cui avrei consegnato la prezioza missiva, è stato fissato (in perfetto stile pseudo-mafioso) lungo la statale, al distributore abbandonato, a fine giornata. Perché? Misteri della fede.

(una piccola coltivazione di colera proprio sotto casa – non la nostra!)

Per il resto, Paride L’Autista dimostra invece grande lucidità e senso critico. Quando mi porta in giro per il centro, ammazziamo il tempo, incolonnati nel traffico, tra esalazioni di fogne, scarichi di auto che da noi non avrebbero potuto circolare nemmeno negli anni ’40, sotto il sole rovente, parlando di politica. E’ così, più che sui giornali (per i quali Haiti non esiste al di fuori di quei pochi secondi in cui il sismografo balla), che mi faccio un’idea delle cose. Un giorno, al termine di una di queste maratone di chiacchiere, Paride, che fa l’autista e non ha studiato, mi chiosa così: “La cosa che noi haitiani siamo più bravi a fare, in assoluto, è la demagogia”.

C’è una legge sull’immigrazione ad Haiti, ancora in vigore, che data 1978: firmata dal presidente Jean Claude Duvalier, alias Baby Doc, il dittatore figlio di dittatore. Recita, in sintesi, così: “Il governo haitiano si riserva il diritto di rifiutare l’entrata nel paese alle seguenti classi di individui (sic): persone colpite da handicap mentali, o da qualunque altro genere di problema o malattia che impedisca loro di svolgere un lavoro in modo proficuo; persone la cui presenza potrebbe causare verosimilmente un eccessivo fardello (sic) per il sistema sanitario nazionale; le persone che, secondo il giudizio del Servizio Immigrazione, non sono veri immigranti o visitatori; le persone giudicate indesiderabili”.

Ma chi l’ha scritta ‘sta legge, la Lega?

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