NOTTE DI NOTE, SPARI DI NOTTE

Affronto il terribile dilemma regolarmente: due volte al giorno, mattina e sera. La prima volta mentre la jeep si butta a capofitto giù per il taboga di fango che è la sterrata di fronte a casa nostra; e ancora, qualche ora dopo, tornando dall’ufficio, quando la strada è stavolta una salita lungo cui le quattro ruote slittano e arrancano. Il dilemma è: salutare o non salutare le facce del quartiere che ci fissano inespressive a ogni passaggio?

Non è una cosa da poco!

Infatti i miei esperimenti ottengono risultati divergenti. C’è un anziano spaccapietre con cui ormai siamo quasi all’high five: ogni volta si sbraccia, e io uguale dentro la macchina. Non arriva a un vero e proprio sorriso, ma credo sia perché non è previsto dal suo repertorio delle espressioni facciali; l’impressione è che ci provi, gli angoli della bocca si muovono appena appena. Ma gli occhi sorridono. C’è una bambina invece (una bambina! avrà avuto nove anni) che una sera, in risposta al mio saluto, si è passata l’indice sulla gola, da un lato all’altro, tipo Mladic quando è entrato nell’aula della Corte internazionale dell’Aja, rivolto ai bosniaci che erano lì per assistere al processo.

La polizia ha deciso: parte il giro di vite su quelli che vanno in tre in motocicletta. Ma non per motivi di sicurezza stradale! Certo, la maggior parte dei casi trattati negli ospedali di Medici Senza Frontiere riguarda incidenti stradali; un grande classico è la mania di viaggiare in trentacinque appollaiati sopra il telone o il carico di un camion, a ottanta all’ora su strade sfarinate, sbriciolate, piene di buche e macigni. Indovinate cosa potrà succedere alla prossima curva! Periodicamente ne arrivano a gruppi di 15-20, alle urgenze, un maxi-combo di pazienti tutti scaraventati dallo stesso telone di camion. Gli altri 15-20 che stavano con loro passano direttamente alla morgue.

Ma chissenefrega! No, la ragione del giro di vite sulle moto a tre è che ultimamente qui si esagera con i rapimenti e la modalità “classica” dei rapitori prevede una squadra di tre tangheri su due ruote, a pedinare l’auto su cui viaggia il bersaglio. Quando trovano il punto adatto, bloccano l’auto: due scendono dalla moto e salgono in macchina, uno guida e l’altro “gestisce” la vittima, mentre il terzo parte in moto e fa strada.

Noi l’altra sera abbiamo dovuto interrompere un simpatico barbecue perché nel cantiere di fronte alla terrazza, a meno di cento metri da dove eravamo, è partita la solita sparatoria; non una cosa violenta, sparavano in aria per divertirsi, ma insomma i proiettili dopo un po’ scendono e poi la terrazza era più in alto del cantiere, quindi…

“Non andiamo mai da soli al mare, mai. Sempre accompagnati”, dice Yves, l’autista.

Chiedo: ma in che senso? Accompagnati per esempio anche da amici?

“No, no. In coppia. Sempre in coppia… o in famiglia. Mai soli”.

Ma dai, dico.

“Se vedi una donna o una ragazza sola in spiaggia, puoi star certo che tutti si chiederanno ‘ma chi è questa, cosa si mette a fare?’; non si va da soli in spiaggia; deve essere una prostituta”.

Ma come! E un gruppo di amici? Un gruppo di amici, tutti maschi? Loro possono andare in spiaggia insieme?

“Oh no”, scuote il capo turbato. “No, tutti maschi? Oh no!”

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