APPUNTI CENTROAMERICANI

Un attimo prima del decollo, il capitano si affaccia in cabina, senza alzarsi dal suo posto: “Ehm, avrei anche un cargo da trasportare su un’altra isola, un po’ più lontana… cosa preferite: vi lascio prima a destinazione o passiamo prima a consegnare il cargo, così vi fate un volo sull’arcipelago?”

Cominciamo bene, penso.

Ci guardiamo in faccia, noi passeggeri: tutti e tre. Il quarto e ultimo posto a bordo è vuoto. Balbettiamo increduli: “E’ uguale…”, quasi all’unisono. “Va bene, decidiamo quando siamo per strada”. E una mezz’ora più tardi, nel momento in cui stiamo effettivamente per arrivare, il capitano si gira di nuovo verso di noi: “Sentite ragazzi, ci sono un po’ di nuvole nere, tira aria di tempesta, è meglio che vi lasci giù e vada a consegnare il cargo da solo”, dice.

(Corazòn de Jesùs, terminal dell’aeroporto; il 90% dei presenti sono lì solo per guardare)

Vicino al molo di Golfito, mucchio di pietre sulla sponda pacifica del Costa Rica. Dopo una notte di pullman con aria condizionata a sei gradi sotto zero, ci stiamo scongelando lentamente mentre facciamo colazione con il tradizionale “gallo pinto”, cioè riso e fagioli di ieri risaltati in padella stamattina; il proprietario del baracchino affetta e frulla al banco, a un certo punto butta le bucce di non so che frutto per terra sulla strada di fianco, arrivano i polli a beccare. Qualche istante dopo passa un ragazzo, neanche vestito troppo male; si china, ruba due o tre bucce ai polli, ride e se le mette in bocca, andandosene.

Stesso giorno, qualche ora più tardi. Prendiamo il “colectivo” di Puerto Jiménez: un camion per il diporto di esseri umani, unico mezzo di trasporto pubblico tra il paesino in cui ci troviamo e Carate – questo, più che un villaggio è una baracca; si trova giusto all’ingresso della riserva del Corcovado, una delle aree di foresta pluviale meglio conservate del Centro America.

Da Puerto Jiménez a Carate sono tre ore di viaggio in mezzo alla foresta, tre ore rimbalzando fra i massi e le buche a quindici chilometri all’ora, tre ore durante le quali non si incontra niente, ma niente. Solo giungla fittissima da entrambi i lati. Dopo un’ora e mezzo, esattamente a metà percorso, il “colectivo” si rompe. L’autista dichiara: “Mai successo! C’è sempre una prima volta”. E ride.

Poi, forse esilarato dall’esperienza, scende a sgranchirsi le gambe, passeggia intorno al camion imitando l’urlo delle scimmie, ridendo selvaggiamente. “Non posso fare niente, è partito il semiasse”, dice. Tra un po’ farà buio. Il telefonino non prende.

Decido di fare qualche passo in avanti lungo la sterrata, illuso dalla speranza che compaia almeno una mezza tacca sul telefono. Cammina cammina, passano diversi minuti; ormai devo essere a qualche centinaio di metri dal camion, non lo vedo più e non sento più gli schiamazzi. Al momento di avviarmi nella mia passeggiata mi era sembrato stupido avere paura della foresta; ma basta stare un po’ da solo in mezzo a quel verde violento e comincio a sentirmi vagamente inquieto. Che ne so io, potrebbero esserci mille occhi a spiarmi, io non posso vederli. A un certo punto, davanti a me, spuntano dal groviglio di piante e si piazzano sulla strada due porci selvatici. Noooo!!!!

Indubbiamente ricorderete come, un anno fa in Amazzonia, ho imparato – pur non avendoli incontrati – a temere i porci selvatici più del giaguaro. Ti calpestano, ti travolgono e ti mangiano, ossa comprese. Ricorderete anche che ci sono solo due modi per salvarsi dai porci selvatici: buttarsi in un fiume o arrampicarsi su un albero. Non ci sono fiumi in vista; quale albero può salvarmi? Sono tutti o troppo spessi o troppo sottili, o troppo dritti o troppo marci.

Riguardo i porci. Uhm. In effetti sono solo due. Sono grossi come due cani di taglia media, tipo boxer; beh, uno dei due lo è. L’altro è più piccolo, sarà il figlio. Forse non ce la fanno a travolgermi, anche volendo. Ma non sembrano nemmeno volerlo. Il genitore si è fermato e mi guarda fisso, ma resta a una decina di metri almeno. Non sembra in vena di faticare per sbranare un uomo o corrergli dietro. Il figlio è già sparito nel verde. Anche il padre/madre se ne va. Salvo! Torno al camion rotto, leggermente più in fretta di quando me ne sono andato.

Per la cronaca, strappiamo un passaggio a un americano che passa poco dopo in jeep. Uno dei tanti che vengono qui a svernare, stanchi (ma non troppo) dei ritmi di un Occidente ricco e stressato.

Dentro la riserva del Corcovado, non ne vedo di porci selvatici. Scimmie, formichieri, insetti, ragni enormi, serpenti, uccelli di ogni genere, ma non porci. Troviamo anche un tapiro, per due volte, cioè lo stesso tapiro nello stesso posto: un pomeriggio e il mattino dopo. Anche lui, quando mi avvicino per fotografarlo, come il porco del giorno prima si ferma e mi guarda.

(tapiro)

La guida, rimasta un po’ di metri indietro, mi fa un fischio tipo fringuello dell’Artide. Alla quinta volta che fischia capisco che non è un fringuello e mi giro, lo guardo: mima, con le mani e la testa, il gesto di un mammifero compatto e poderoso che parte in quarta e tira una testata bestiale a un italiano sprovveduto. Lentamente faccio retromarcia.

Dopo l’Amazzonia avevamo giurato: mai più questa tortura. Ed eccoci, subito, l’anno dopo, a marciare sotto la pioggia battente, coi piedi che scompaiono nel fango a ogni passo, per svariati chilometri al giorno, attraversando fiumi con l’acqua fino alla vita, coi piedi che la sera più che bianchi sono trasparenti. L’ultimo giorno, gran finale di 26 chilometri: dieci ore tonde di marcia, non possiamo fermarci perché non ci sono posti intermedi dove fermarsi a dormire.

Ma l’Oscar l’avevo vinto già il primo giorno. Camminando, nel vedere tutto quel fango molle e affondevole per terra, penso bene di mettere i piedi sulle radici degli alberi, che mi sosterranno. Al primo tentativo, avvertimento: traballo, capisco che le radici bagnate sono scivolosissime; naturalmente la lezione non mi basta. Al secondo tentativo volo d’angelo: faccia avanti, busto parallelo al suolo, plano sbattendo forte il ginocchio e ancora più forte le costole a sinistra, che ancora mi fanno male se respiro a fondo. Uhm, ok. Il fango è meglio averlo dentro le scarpe che nelle narici: eviterò le radici. La guida mi guarda sconsolata come dire: “Benvenuto nella giungla, Einstein”.

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