IL PRESIDENTE OPERAIO

Il mio primo scontro con le forze dell’ordine! Beh no, non proprio. Insomma giovedì sera siamo all’Hotel Oloffson, il ritrovo mondano della “Port-au-Prince bene”. Ovviamene la “Port-au-Prince bene” è fatta di gente che non ha molto a che spartire con Port-au-Prince: sono per il 60% espatriati e per il 40% haitiani ricchi, metà dei quali vive in Florida o in Canada e torna di tanto in tanto per bere un rum sour, e l’altra metà dei quali abita fuori città. La vera Port-au-Prince è invece, indiscutibilmente, male. Ma divago.

L’Hotel Oloffson dicevamo: è uno di quei posti che entrano a far parte della mitologia urbana di una città. Già notevole dal punto di vista architettonico, “comparsa” in un romanzo di Graham Greene, nobilitato nel corso dei decenni da svariati viaggiatori illustri che gli hanno dato una certa immagine bohémien, da sempre è la tana dei RAM, gruppo storico di musica creola e istituzione vivente di Haiti, che ogni giovedì sera fa (quasi letteralmente) venire giù i muri con i suoi concerti tiratissimi e pieni di energia. Il giovedì sera, se non si è capito, andiamo spesso all’Oloffson.

E l’ultimo giovedì sera non è diverso dagli altri. Fino a quando, all’improvviso, sento tutti bisbigliare: il presidente! il presidente!

Puntualmente, fra i membri della band, a un metro scarso dalla folla multicolore sudatissima e schiacciatissima in mezzo alla quale lotta il vostro affezionato blogger, appare Lui: il presidente! Michel Martelly, l’uomo del popolo, ex cantante che nelle copertine dei suoi primi album appariva in mutande (ultra-aderenti), con un dito a indicarsi il cosiddetto “pacco” e l’altro infilato sensualmente fra le labbra: proprio Lui! E’ in camicia sbottonata, un uomo semplice fra la sua gente. Niente bandana perché lui della sua pelata va orgoglioso.

Il presidente del popolo fa un discorso, scalda gli animi, strappa applausi, promette uno splendido Carnevale dei Fiori (il prossimo weekend) e poi canta con la band. Mi sento a casa. Italia, circa 2004.

Finita la sua esibizione da guest star, lascia le luci della ribalta e si avvia verso l’uscita. I suoi gorilla fanno strada, ma la sala dell’Oloffson è poco più che un salotto di casa e ci sono centinana di persone pressate dentro: scavare un varco non è facile. E così mentre il mio collega della sezione olandese di MSF stringe la mano al presidente, io (che mi ritrovo dal lato sbagliato dei gorilla) vengo spintonato da una guardia del corpo. Più che spintonato, però, ho la sensazione di essere palpeggiato. Anzi a un certo punto la sua mano è nella tasca davanti dei miei pantaloni e sembra interessarsi al mio iPhone. Gorilla borseggiatore? Finto gorilla, semplice borseggiatore? O pensava che avessi un iPhone esplosivo, imbottito di tritolo, e voleva immolarsi facendoselo esplodere in mano? O avevo fatto colpo e aveva scambiato l’iPhone per la mia felicità?

Non lo  sapremo mai perché mentre lui afferrava l’iPhone, io d’istinto ho afferrato lui e con un rapido maneggio ho ripreso il telefono. Salvato il salvabile e l’onore, ho perso però la chance di stringere la mano a Lui. Quella mano, il cui dito è stato così sensualmente fra le sue stesse labbra! O era il dito che indicava… boh. E’ andata.

Come ogni volta, all’Oloffson io ho mangiato lambi alla creola. Il lambi è una specie di lumacona di mare, la vedete nella foto qui sopra (il celebre “Marron inconnu”, simbolo della Rivolta degli Schiavi e dell’orgoglio nero di Haiti) usata come contenitore per l’acqua da uno schiavo assetato.

Il lambi è veramente grosso; praticamente sembra una bistecca di lumaca. Ma è buonissimo, giuro! Soprattutto con la salsa creola piccante. E’ per questo che, sebbene da quando sono qui ne abbia macinata circa una tonnellata (complice l’astinenza dalla carne e la scarsità di alternative), giovedì sera ho ordinato il mio solito lambi mangiandone fino a scoppiare.

Il giorno dopo, in ufficio. L’ora di pranzo. Scendo in cucina spensierato, come sempre. Marie Ange, la nostra adorabile mamy, mi viene incontro e mi fa: “Indovina, Francesco! Oggi ti ho fatto il tuo piatto preferito: il lambi alla creola!”

Capita, dai. Certo non è come mangiare due volte di fila pasta in bianco, ma pazienza. Ora il problema è che quando fa il lambi alla creola, Marie Ange pensa veramente a me perché è soprattutto a me che piace. Gli altri lo guardano un po’ storto, qualcuno fa in modo di evitarlo. Quindi, anche se non ne ho molta voglia, me ne servo una porzione enorme, per farla contenta e poi perché se io non ne mangio tanto, probabilmente avanza e mi spiace l’idea di buttarlo.

Dopo pranzo, saturo di lambi, torno in ufficio e arranco fra i fogli e i file excel. A un certo punto, verso metà pomeriggio, sento che senza un caffè non arrivo alla sera. La salsa alla creola combatte dentro di me. Torno in cucina. Marie Ange mi si avvicina con aria circospetta. “Francesco”, mi dice, “oggi è rimasto un bel po’ di lambi, alcuni non l’hanno mangiato. Posso dartelo da portare a casa? Lo mangi anche stasera? A te piace tanto…”

“…”, ho sussurrato.

Lei prende il pacchettino di lambi alla creola e me lo mette fra le mani. Mi arrendo.

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