CHI PER FINTA E CHI PER DAVVERO

Ci mancavano gli zombie. No, giuro. Le infermiere di non ho capito bene quale reparto, quando fanno il turno di notte, non vogliono andare a cambiarsi negli spogliatoi a loro assegnati perché in quell’angolo del nostro terreno “ci sono gli zombie”. Ditemi voi.

Pare che la loro, tra l’altro, non sia una paura tanto strana: diverse “leggende” parlano della presenza di zombie sull’isola e da molto tempo. È una storia, pare, legata alla pratica del vodou. Difficile districarsi tra “strano ma vero”, leggende metropolitane e mitologia noir. In buona sostanza, e vado molto per grandi linee, nel corso delle cerimonie vodou vengono quasi sempre “invocate certe divinità con un lato oscuro/maligno” (ovvero: vengono tracannati allegramente vari intrugli di droghe miste). Nel caso di alcuni malcapitati, tali “performance” possono provocare uno stato catatonico. Anche di lunga durata. E fin qui tutto possibile: è il classico “si è fottuto il cervello”.

Talvolta (e qui direi che zompiamo diretti nella leggenda metropolitana) la catalessi diventa permanente. Le persone così ridotte sono un po’ come zombie: ancora in vita, ma privati dell’anima e della volontà. Completamente disumanizzati (siamo ormai in pieno territorio di Valchirie, Atlantide e Unicorni), questi esseri catatonici finiscono per abbandonare il mondo così come lo conosciamo, diventano creature del male, vagano di notte e si nutrono di carne umana. Et voilà, gli zombie. Le nostre infermiere li temono.

Io non temo gli zombie, ma quando stiamo per uscire a cena e siamo costretti a restare in attesa in macchina a motore e fari spenti per un quarto d’ora perché fuori dal cancello sono partiti degli spari, un po’ mi scoccia.

Arrivo un po’ tardi, ma vi racconto, tanto per dire, un episodio della radiocronaca di Danimarca-Olanda, una delle prime partite degli Europei. Ero in auto verso una riunione, ascoltavo alla radio le voci dei due cronisti arrivare con un rimbombo pazzesco, senza altri suoni o rumori di sottofondo, come se trasmettessero dall’interno di un hangar vuoto, guardando la partita su un televisore muto (e probabilmente era così). Discutono animatamente della pronuncia del nome di un calciatore olandese, la cosa va avanti da due o tre minuti, non si sa più nulla della partita. Finché a un certo punto… ecco la trascrizione (vado a memoria):

“… no, penso che in olandese non sia così che si pronuncia…”

“… del resto ho sempre sentito dire così, tutti sanno che…”

“… hai ragione, ci mancherebbe, ma anche se tutti dicono così, possono ben sbagliarsi..”

“… beh, l’importante è capirsi…”

“… sai, ho sentito da fonti attendibili che invece il modo corretto…”

“… ED E’ GOOOOOL!!! L’Olanda ha segnato!!!”

“… come, come?”

“… l’Olanda è in vant… no, aspettate signori… è la Danimarca! La Danimarca ha fatto gol!!!”

“…la Danimarca???”

E qui mi fermo. E’ tutto vero.

Insomma qui tutto è un po’ scalcagnato, questo ormai l’avevate capito. Perfino il ragazzo-sandwich che fa la pubblicità della società di telefonia mobile locale, in mezzo a una piazzetta, ha un taglio in viso e sanguina copiosamente mentre distribuisce i volantini.

A Parigi, poco prima di partire, per darmi un’idea di come si svolga la vita nei posti in cui vanno i Medici senza frontiere, mi dissero : “Se ti fermi in missione almeno qualche mese, è quasi certo che nel lasso di tempo che trascorri là qualche dipendente locale muoia di morte violenta, preparati all’idea”. Mi sembrò una sparata, anzi una spacconata un po’ sadica, una di quelle cose che ti dicono per impressionarti; mi fece anche un po’ ridere.

Ieri è arrivato il primo. Jean Michel, un autista che prendevamo ogni tanto al bisogno, pagandolo a giornata. Un paio di settimane fa gli ho dato il suo ultimo assegno.

Ma non c’entrano stragi, colera o terremoti, è uno stupido incidente stradale. E quindi a Parigi si erano sbagliati, qui non c’entra Haiti, gli incidenti succedono ovunque. Anche se. Anche se una strada deserta, sterrata, nel mezzo del nulla, senza un’anima viva, tranne un’auto che non rallenta a un crocevia e una moto che viene travolta in pieno, non so perché, riesco a immaginarla più facilmente qui.

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