CHEERS MATE!

E ora qualcosa di completamente diverso.

Prendo una piccola pausa dalle cronache creole perché ogni tanto ci vuole. Chi non ha particolare interesse per il Britpop e il guitar rock anni ’90 può tranquillamente interrompere qui la lettura e non si perde niente. Magari AldoRock, il Linke, Phil Colli(ns), LuPapa, la Rossella, Melons, Morena e pochi altri vorranno invece gingillarsi in questi sterili esercizi di passatismo nostalgico e un po’ pedante.

L’altro giorno, di ritorno dalla spiaggia, ho riascoltato da cima a fondo “Modern Life Is Rubbish”, indimenticato capolavoro dei Blur. Credevo facessero 20 anni dalla sua uscita e invece sono solo 19.

Maggio 1993: secondo anno di università, esami di Statistica e Matematica II all’orizzonte, l’euro non sappiamo neanche cosa sia, ma già si parla di fallimento dello Stato italiano (il famoso “default” sui Bot e Cct che tanto appassiona i miei compagni di corso a Economia Politica). Non sappiamo neanche che un anno più tardi Baggio e Baresi sbaglieranno due rigori nella finale di Usa ‘94. Bill Clinton è un giovane presidente al suo primo mandato. Forse Monica Lewinsky è vergine. Insomma, tanto tempo fa.

In quei giorni esce questo secondo album di un gruppo londinese a me sconosciuto, con il disegno di una locomotiva in copertina. Spinto da uno di quegli impulsi d’entusiasmo che grazie a Dio continuano ancora oggi a farmi venire il prurito alle mani quando passo vicino a un negozio di dischi, lo compro senza mai avere ascoltato una nota di questa band. Solo perché (se non m’inganno) ho sentito Morena parlarne bene. Incommensurabile botta di culo. Un album che a 19 anni di distanza mi suona ancora perfetto, magnifico dalla prima pennata di chitarra in “For Tomorrow” all’ultima nota che si spegne nel mini-divertissement di “Commercial Break”.

“Modern Life…” è una satira. Ascoltarlo vuol dire innanzitutto essere disposti a lasciarsi accompagnare in un “viaggio umoristico-sentimentale” attraverso le periferie, le campagne, i pub dell’Inghilterra popolare contemporanea, orgogliosa della Union Jack e di bere troppa lager e niente vino, fiera di non capire tutto quel che sta oltre i trenta chilometri d’acqua salata che la separano dal mondo.

I compagni di viaggio: ragazzi che guardano le luci di una Londra irraggiungibile sopportando il freddo che gela le dita dei piedi, impiegati in carriera e altri insoddisfatti, tutti ugualmente tentati dalle pubblicità dei viaggi organizzati nelle stazioni della metropolitana, un paio di blue jeans comprati sulla Portobello Road, un ex militare che la domenica passeggia al parco, un letto disfatto, la rassegnazione.

Quel che ho sempre trovato nei Blur è la credibilità. Che è direttamente correlata all’ironia e al disincanto: ma anche alla compartecipazione, al non volersi mettere al di sopra di ciò che si racconta. Stare dentro un mondo e saperlo osservare al tempo stesso, nei suoi pregi e nei suoi difetti. Senza voler creare eroi; al limite, caricature. La cultura pop (musicale, e non solo) secondo me dovrebbe fare questo.

Più avanti, in “Parklife” (pure splendido) il gioco diventa troppo esplicito: la copertina con le corse dei cani, il cockney accentuato, i rumori di vetro che si rompe in sottofondo (bicchieri che cadono da mani ubriache nel pub) sono didascalici. In “Modern Life…”, tutto questo è presente ma è espresso, non descritto.

Gli Oasis avevano una carica più viscerale, animale. Una spocchia smisurata che rendeva verosimile il loro autodefinirsi supersonici e star del rock’n’roll, l’affermare che avrebbero “vissuto per sempre”. Ma i Blur erano su un altro pianeta intellettualmente e questo probabilmente Noel Gallagher lo sapeva quando ha augurato (ammesso che sia vero) a Damon Albarn e Alex James, cantante e bassista dei Blur, di crepare di Aids durante un’intervista al (vado a memoria) Melody Maker.

Musicalmente, poi, “Modern Life…” è una meraviglia: i Blur hanno già trovato la loro strada senza però smussare i tratti più ruvidi del loro sound con le produzioni ultra-raffinate degli album successivi. Un pochino più grezzo nella forma, insomma, ma pieno e completo nella sostanza. Che bella la chitarra di Graham Coxon, la voce di Albarn che non ha paura. Questo disco suona ancora più bello perché incosciente.

Ah, nostalgia canaglia. Di quella musica e di quell’Inghilterra di cui, poco tempo dopo, avrei fatto parte anche io.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a CHEERS MATE!

  1. Pingback: PERFECT | La baguette sotto l'ascella

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...