BARBIERI CYBERPUNK

No, cioè, dovete troppo andare dal barbiere a Haiti!

Entro, aspetto paziente il mio turno e mi siedo. Dal breve tentativo di capire quanto c’era da aspettare ho capito subito che il mio barbiere, un signore peraltro simpaticissimo, non parla una parola di francese. Ora, con un po’ d’impegno, io a una certa comprensione elementare del creolo ci sto arrivando; ma quello parlava un creolo stretto che deve essere come arrivare in Italia da stranieri e incontrare Antonio Cassano.

“Buongiorno”

“Mwen ka pou bwe ayuin kado”

“Ehm, vorrei un taglio semplice…”

“Ak dlo kwen tui mal?”

“Mmmhhh… non troppo corti?”

“Dzweh nghiit dsfi lkgti?”

“Scalati?”

“fghjt grtswx khblsh?”

“Spuntare?”

“%&@§!!$*#?”

“Ok, anche un taglio classico…”

“???”

“Fai di me quello che vuoi”

“…”

“Taglia. Ti supplico”.

Interviene una donna con la tinta in testa, gesticolano per un po’; lei vuole fare da interprete e così mi tocca tentare di spiegare a due persone invece che a una. Loro non vanno d’accordo, lei si accalora, lui la guarda come dire “non sono mica imbecille”. Butta malissimo.

Alla fine io e il barbiere ci guardiamo in silenzio, a lungo, sembriamo Napolitano e il Milite Ignoto. Finché prende un rasoio elettrico e attacca. Così, senza nemmeno bagnarli, sui miei capelli annodati, impastati di polvere, sabbia e sudore alla fine di una giornata haitiana, lui passa rasoiate a caso. Tragedia. Del resto, per poco meno di due euro cosa posso pretendere. Nemmeno i cinesi di Corso Lodi possono competere.

Entro in pasticceria con la Rossella, più per prendere qualcosa da bere che per i dolci. La Rossella sceglie una bottiglia d’acqua, io faccio lo stesso. Poi vedo una serie di frittole, biscotti, pastarelle. Ne scelgo una, la indico alla donna dietro al bancone. “È al cocco”, mi dice. Poi prova a dirottarmi verso un croccante di nutella e arachidi. Insisto per il biscotto, ha l’aria più fragrante e artigianale.

La Rossella svita il tappo della sua bottiglia: “Mah. Non sembrava sigillata”.

Anche io svito il tappo: “Mah. Neanche la mia”. Ma lei beve. Rassicurato, essendo la Rossella in fin dei conti pur sempre responsabile medica del programma colera, bevo anche io. “Ma è sicuro?”, dico. “Sicuro un cazzo”, fa la Rossella, “è così che si prende il colera”.  Poi guarda il mio biscotto al cocco. “O anche così”.

Non sono più rassicurato. “Ne vuoi un pezzo?”, faccio, per vedere se abbocca. Lei accetta: meno male, penso, allora è sicuro. “Così non sapremo mai se il colera era nell’acqua o nel biscotto”, chiosa la Rossella. Rassicurazione di nuovo in picchiata. Ma è troppo tardi, mangiamo.

C’è una specie di cortile, un anfratto a lato della strada che si infila tra muri scrostati e tettoie di lamiera, in centro città. In quella specie di cortile vive e lavora da una decina d’anni una specie di collettivo di artisti che produce una specie di sculture. Usano solo scarti, spazzatura, pezzi di copertone d’auto o di metallo, vecchie lampadine, parti di aggeggi elettrici buttati via. Teschi umani: a occhio e croce veri. Li ho guardati molto da vicino.

Ci sono centinaia di oggetti d’arte, dalle bamboline vodou alle statue di metallo alte qualche metro. Quadretti, oggetti in legno, tutto. Data l’alta componente di tecnologia urbana riciclata che usano, la guida li definisce un incrocio tra il vodou et il cyberpunk.

“Siamo stati alla Biennale di Venezia”, dice uno dei ragazzetti che presidia la bottega. Non si può credere a una sparata del genere, ma non importa. Le statue sono stupende. La maggior parte ha un pene enorme, di una lunghezza esagerata e decisamente arzillo. I ragazzi spiegano la solita storia sul pene simbolo della vita, della nascita, della morte e rigenerazione. Tipo il Lingam di Shiva, ma molto più grafico. Realistico. Anzi no, realistico per niente. Esplicito. Loro parlano e io annuisco, ma penso ad altro. Faccio i conti in testa: impossibile non comprarne una, bisognerà negoziare. Se solo non avessi esordito là dentro con due figure da babbeo senza speranza… lui parlava su Skype e io gli rispondevo convinto che parlasse con me… poi ho buttato giù una scultura col piede… la Rossella mi ha maledetto: a ognuna delle mie minchiate, il prezzo degli oggetti probabilmente si è triplicato. “Viaggiatore scafato, eh?” mi fa alla fine.

Fuori da quel cortile in cui si parla d’arte e si imparano storie sulle divinità vodou, il centro città è veramente un’unica grande latrina di miseria e devastazione. Lo so, ho già usato toni estremi nel descrivere la povertà e la desolazione di questo Paese, ma là sotto è… dieci volte peggio. Le vecchie case coloniali sono quelle più straziate dal terremoto, sono scheletri ormai, come quello della cattedrale, o caricature grottesche di se stesse come il palazzo presidenziale. I quartieri dove viviamo e lavoriamo, che pure mi avevano impressionato per la loro disperazione, sono Beverly Hills in confronto. Questi non hanno niente, niente.

Anche se la metà di loro, potendo,

(probabilmente)

mi farebbe la pelle per prendermi qualcosa o anche solo per la rabbia,

(è patetico se lo dico?)

io voglio bene a questa gente.

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2 risposte a BARBIERI CYBERPUNK

  1. Cristina ha detto:

    Mitico Fra’!
    E’ sempre bello leggere i tuoi racconti! ma alla fine come ti ha tagliato i capelli?

  2. Tia ha detto:

    Lost and Found. Entrambi contemporaneamente. Ma ha i capelli e il modo nuovo di vedere l’acqua, il sostentamento, comunicazione – aiutarvi a trovare uno più classico, la versione più ordinata di sé? Oppure è stata la polvere guidato ulteriormente? Hai rifiutato lo specchio?

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