HAITI ON THE ROAD

Se dovessi imprigionare in un’immagine l’anima di Port au Prince, quale immagine sceglierei? Voglio dire, a parte le macerie ovviamente… e le colline d’immondizia, e il vibrione, e le pozze purulente e… insomma: un’immagine che non sia miseria e devastazione, ma che esprima il colore, l’energia, l’allegra disperazione di questa città… ebbene sceglierei il taptap. Trattasi di?

Il taptap è il mezzo di trasporto semi-pubblico più diffuso di Haiti, ubiquo e folkloristico, a metà strada fra un taxi collettivo e un minibus.  La versione base è un’utilitaria convertita in pickup (tipo gli obbrobri dei veicoli commerciali fatti con la Duna o con le piccole Renault per intenderci), il cui cassoncino posteriore, aperto, è adattato con due panche laterali e un tetto di metallo.

Ce ne sono anche di più grossi, genere minivan, ma la sostanza non cambia: i taptappisti di ogni specie sono i ras della strada, si aggirano per la città infilando cristiani nei loro mezzi decrepiti senza pietà, finché respirano, portandoli dove vogliono (gli autisti, non i passeggeri) e riscuotendo un fiorino a prescindere.

Quello che rende speciale il taptap sono le decorazioni: tra i proprietari/autisti ci sono artisti eccezionali; in termini di fantasia, se non proprio di realizzazione.  Il tema più popolare è la religione: Haiti è il paese più cattolico del mondo, Vaticano compreso. “Gesù ci ama”, “Il sangue di Cristo”, “Andiamo insieme a casa di Dio” sono alcune delle scritte che incrocio ogni mattina. Molto popolare anche il calcio europeo, con grottesche caricature di Messi e Cristiano Ronaldo. Il taptap, colorato da cima a fondo, diventa quindi un’opera d’arte ambulante.

A bordo si sale in due modi: (a) al capolinea di partenza, aspettando che si riempia per un tempo indeterminato sotto il sole rovente, ingannando le ore ponendosi quesiti esistenziali tipo: “Chi siamo? Da dove veniamo? E soprattutto, dove ‘azz speriamo di andare con questa lattina su quattro ruote?”, mentre la suddetta lattina assorbe il calore e produce lentamente una cottura dei passeggeri tipo microonde; oppure (b) al volo.

Molto meno artistici, ma a modo loro altrettanto folkloristici, sono gli ex scuolabus americani regalati ad Haiti una volta che sono stati giudicati troppo pericolosi, obsoleti e inquinanti per circolare in America.

Forse sono troppo grossi perché valga la fatica di ridipingerli, o forse è il fatto di essere effettivamente pubblici, e quindi senza un proprietario amoroso: insomma, nessuno si prende la briga di decorarli. Quasi nessuno: una volta ne ho visto uno battezzato “I dodici apostoli”, sul fondo aveva una riproduzione dell’Ultima Cena di Leonardo.

Questi autobus, più grossi e capienti, sono anche usati come corriere per le lunghe distanze. Li vedi spesso sfrecciare a rotta di collo per le campagne, mentre sul ciglio della strada polli, caprette e studenti aspettano serenamente di essere falciati.

La strada, ad Haiti, è anche il campo di gioco dei due sport più praticati sull’isola: il lancio dell’immondizia e la corsa a ostacoli non lineare di lunghezza indefinita, laddove gli ostacoli in questione sono veicoli, crateri e mute di cani randagi. Mai visti così tanti cani tutti insieme, nemmeno nel “Richiamo della foresta”.

Le regole del traffico non sono così diverse dall’Italia, ovvero ognuno fa quel c…o che vuole. Salvo che qui il tutto è reso molto più eccitante dal fatto che ogni giorno, causa alluvioni e mancanza di asfalto, il tessuto urbano cambia completamente. Ogni mattina ad Haiti una strada si sveglia e si accorge che non c’è più. Le macchine che sono faticosamente arrivate fin lì, a passo d’uomo, evitando scarpate e guadando piccoli torrenti pieni di colera, devono fare inversione a U in un metro quadrato e tornare indietro per due chilometri, poi tentare un’altra strada.

Il mio buon contabile, ho scoperto, ogni mattina impiega 2 ore (mediamente) per arrivare in ufficio; altrettante la sera per tornare. Ci metterebbe meno a piedi, dice, ma con 35 gradi, fango fino allo stinco e piogge torrenziali, non è il caso.

Il clacson, invece, ha un uso tutto particolare, oggetto di un vero e proprio galateo. Se in Italia, e soprattutto a Milano, il clacson è un oggetto di offesa, che equivale grosso modo a urlare “cretino!”, qui ad Haiti è un gesto di cortesia, lo si usa per chiedere permesso o per ringraziare.

Agli incroci, per esempio, non esiste una precedenza: il primo che suona (un colpettino discreto, sommesso, per nulla arrogante) passa. È come se avesse detto “Permesso”, gli altri non possono rifiutargli il passaggio, sarebbe come aprire una disputa. Poi, durante tutto l’attraversamento (che dura in eterno perché tutti si muovono a passo d’uomo) continua a dare piccoli colpetti. È come se dicesse: “Scusate, ecco, grazie… ancora un mom… asp… scusi anche lei… così, ci siamo quasi… ecco…”, tipo uno che arriva tardi al cinema e deve infilarsi in mezzo a una fila piena di gente, in pieno inverno quando tutti hanno cappotti.

Alla fine dice “Grazie!”: l’ultimo colpo, a manovra compiuta, è più deciso, più forte, più allegro. Ce l’ha fatta.

 

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2 risposte a HAITI ON THE ROAD

  1. Luca ha detto:

    Un deciso, forte e allegro bodibodi peeppeeee a te (non conosco il clacsonese locale, sorry….)

  2. Claudia ha detto:

    sono ufficialmente una tua divertita lettrice (e se ti ho scoperto lo devi alla “bolognese verace dall’umorismo caustico)!

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