INNOCENTI EVACUAZIONI

Ho imparato che la catena del colera è molto semplice. La trasmissione è oro-fecale, ovvero va dagli escrementi alla bocca: me l’ha spiegato Rossella, nostra responsabile medica dell’emergenza colera, bolognese verace dall’umorismo caustico. “Ottimo”, vi sento già commentare, “tanto il tradizionale timballo di merda non è tra i miei piatti preferiti”. Eh no, va bene semplice, ma non così tanto.

Fogne a cielo aperto, canali di scolo che si riversano nei campi e nei fiumi da cui la gente prende l’acqua per vivere, per non dire dell’allegra consuetudine locale di fare la cacca un po’ dappertutto  (il tasso di defecazione all’aria aperta – qualunque cosa sia – secondo una statistica ufficiale del governo – giuro! – è del 50% ad Haiti): queste amabili peculiarità del mondo in via di sviluppo fanno sì che il colera non sia solo un problema dei coprofagi. Nel centro-nord di Haiti, sulla costa che guarda verso Cuba, si apre fra i monti l’Artibonite, una meravigliosa, verdissima pianura in cui scorre placido un fiume che è un po’ come la metropolitana del vibrione. Il colera scorre senza fretta insieme al fiume, arriva, si adagia nelle risaie e serpeggia nelle città, diventando la star incontrastata della stagione delle piogge.

E così, l’altro giorno, siamo andati fino a Gonaïves, che dell’Artibonite è il capoluogo, per un incontro con un delegato della regione e un ente di coordinamento dell’Onu. Prima però ne ho approfittato per portare l’assegno dei contributi di previdenza sociale dei nostri dipendenti haitiani all’ufficio della loro Inps.

Oddio.

L’Inps di Haiti. Immaginate. A un certo punto c’ero io da una parte del tavolo e sei dipendenti pubblici haitiani che cercavano le ricevute dei nostri vecchi pagamenti in mezzo a migliaia di fogli volanti, slegati, sparsi per la stanza da un violentissimo ventilatore. Visualizzate: migliaia di aziende, da Peppe lo Scarparo ai cementifici, centinaia di ong, dodici mesi all’anno per non so quanti anni, e ogni pagamento di ogni azienda per ogni mese è una ricevuta diversa. Sono invecchiato là dentro.

Grazie alla totale assenza di comunicazione e organizzazione che contraddistingue ogni cosa sotto il sole qui ad Haiti, poi, siamo andati nella base locale dell’Onu solo per scoprire che la riunione non era lì. Ora, dovete sapere che l’Onu e le ong sono due mondi diversi e (come direbbe Battiato) lontanissimi. L’Onu è un’associazione di governi, ovvero la cosa meno “non governativa” che esista: è il Consiglio di sicurezza, la politica, i soldi, i veti di Putin, l’aereo personale e i cortei di auto che accompagnano il Segretario Generale. E quell’aria da duri.

Noi, le ong… beh, avete presente Gino Strada? Comunque, dicevo, siamo entrati nella loro base. Violando il loro spazio mi è sembrato un po’ di porre il mio personale veto a una loro risoluzione. Ma superato lo shock di vedere tutti gli autoblindo, l’artiglieria e gli occhiali a specchio dei soldati, un simpatico casco blu indonesiano ci ha indicato la strada dell’ufficio che cercavamo. Essendo un po’ in anticipo sono anche entrato spavaldo nella caffetteria della base, memore del famoso “chiedi e ti sarà dato”. Prendi questa, Bank Ki Moon: ti ho scroccato un caffè. Alla fine però la riunione non era lì e siamo scappati frettolosamente.

All’incontro ha partecipato un delegato della politica locale che non mi è parso strenuamente interessato, mentre il suo scagnozzo si lanciava in un discorso appassionato, scuotendo il pugno e puntando l’indice: fosse nato in Venezuela, sarebbe presidente.

Il bilancio della riunione? “Una pugnetta”, ha sentenziato lapidaria la Rossella.

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