IL NOSTRO AGENTE SEGRETO A PORT-AU-PRINCE

In breve, per dirla alla Gaber, Haiti l’è un po’ el bus del cul dell’inferno. Vedete questa bellissima foto di Ramòn Espinosa? Ecco, di solito nel blog metto foto che ho scattato io, ma questa era veramente troppo adatta. Un camion che trasportava diesel si ribalta in uno stagno e la gente si infila subito nella melma per raccogliere un po’ di gasolio misto a fango e rivenderlo. Potrei fermarmi qui, ma proverò anche a raccontarlo anche con le mie parole.

Insomma, la sensazione è di essere al culmine di un immenso canale intestinale planetario. Ma da cui escono, insieme al “solito”, delle autentiche meraviglie; tipo i cioccolatini più buoni del mondo. Ma saprà uno riconoscerli in mezzo al, ehm, resto? E avrà il coraggio di afferrarli, strofinarli sui pantaloni e mangiarli? Basta così. Sto perdendo il controllo della metafora.

In breve, Port-au-Prince sembra il risultato di un esperimento: prendi una città povera del Centro America, bombardala tipo Dresda, svuotaci tutte le fosse biologiche del mondo, regala armi un po’ a caso agli abitanti rimasti nel frattempo senza più le loro case, spruzza ovunque il vibrione del colera… et voilà !

(questa è sulla strada verso casa)

Macerie, immondizia, tendopoli, fogne a cielo aperto, capre che brucano la spazzatura accanto alle rovine palazzo presidenziale e altre amenità simili allietano i nostri trasferimenti in città in 4×4, su strade che sembrano il greto asciutto di un torrente di montagna. Gli ultimi 10 minuti della strada verso casa li facciamo arrampicandoci in prima marcia ridotta, mentre io mi chiedo quando salterà il motore, la frizione, i freni o qualcos’altro e rotoleremo all’indietro verso valle.

Per aprire i nostri ospedali, noi come ogni altra Ong, non dobbiamo chiedere il permesso al governo (beh, anche), ma ai capi delle gang. Che partono dal ragazzino nella bidonville e arrivano ai politici a cui sono affiliate. Per dire, l’attuale presidente, l’ex cantante Michel Martelly detto Sweet Mickey, ha la sua milizia personale. L’oppositore ne ha un’altra. Il terzo incomodo ne ha un’altra. E così via. Perché non si sparano fra di loro tutto il giorno, direte voi? Lo facevano, finché l’ONU ha deciso di sciogliere l’inutile esercito haitiano e mandare la Minustah.

La Minustah sono la classica “forza di pace”, i caschi blu. In effetti la Minustah ha stabilizzato il paese. Nel farlo, ha trucidato un po’ di civili a caso, stuprato qualche centinaio di donne e diffuso il colera ad Haiti. Colpa dei caschi blu nepalesi, che avevano il colera già a casa loro e una volta qui ad Haiti si son messi allegramente a svuotare le latrine nel fiume in cui ogni mattina milioni di abitanti lavavano piatti, panni e se stessi. L’ONU non è più simpatica da queste parti.

(questa l’ho fatta più vicino all’ufficio)

Adesso poi sono anche tornati in patria dopo anni di esilio l’ex presidente populista Aristide (ex prete socialista sedotto e abbandonato dagli Usa, milizia-munito) e l’ex dittatore Baby Doc. Gente che di solito non punta ad andare in pensione e dedicarsi al giardinaggio, se mi capite. Per caso un simpatico gruppo di ex ufficiali dell’esercito haitiano dissolto si è rimesso insieme da qualche mese: han tirato fuori uniformi, armi e (ovviamente) una propria milizia e hanno detto “Et voilà, l’esercito si è riformato”. Per ora si limitano ad azioni dimostrative tipo andare davanti al Parlamento e dire “uhm, questa legge è proprio bellina, noi se fossimo in voi deputati la voteremmo”. I deputati si indignano e vanno a casa, la Minustah lascia correre per ora ma intanto spolvera i bazooka.

Noi in Italia ci abbiamo i fucili di Bossi.

Ma non tutto è terrore e miseria! Al contrario!

Noi per esempio siamo messi benissimo con la sicurezza. Ho il mio fischietto sempre in tasca così in caso rimanga intrappolato sotto le macerie di un terremoto posso attirare i soccorsi. Ho una bottiglia d’acqua accanto al letto e una accanto alla scrivania così posso sopravvivere anche qualche giorno, se il sisma mi coglie nel sonno o in ufficio e non mi spiaccica. Ho un radio operatore a cui comunico ogni mio spostamento. E in cassaforte qui in ufficio c’è una busta sigillata con delle informazioni su di me che solo io conosco, così se mi rapiscono MSF può verificare se sono ancora in vita e non pagare un riscatto inutilmente. Sono in una botte di ferro!

Ho anche la fortuna di lavorare nel coordinamento centrale: viviamo in una bellissima villa tipo casa delle vacanze in Costa Azzurra, salvo la madre di tutte le infestazioni di formiche e l’assenza di acqua calda. Ho una camera grande e una terrazza con vista sulla città e fino al mare (irraggiungibile: c’è di mezzo la terra delle gang) in cui cenare e fare colazione con latte, cornflakes e un etto e mezzo di formiche che nuotano alla disperata nella massa liquida bianca, cercando inutilmente la salvezza. Ma soprattutto, ci possiamo spostare in città (solo in auto con autista, solo nei quartieri approvati da MSF) fino a notte.

I colleghi che invece lavorano e vivono presso l’ospedale, stessa città nostra ma in periferia nord, sono nell’area di azione delle gang di Cité Soleil (nome ironico per il ghetto più violento del paese) in cui la sera sparano regolarmente: all’ospedale alle 18,30 hanno il coprifuoco. Si chiudono i cancelli e non si esce più. Gli espatriati dormono nei propri alloggi, dei bungalow a un centinaio di metri dall’ospedale, tipo campeggio, ma con fili spinati e guardie.

L’altra sera, per dire, sono andato a una festa alla base dell’ospedale per l’addio di alcuni espatriati del personale medico e quindi ho dormito là. Di fianco ci sarà anche Cité Soleil, ma dentro sono scattati aperitivo, rum e birra a fiumi, musica a palla e serata danzante fino alle 3 del mattino sotto il portico, in mezzo a palme e banani. Fa un po’ villaggio vacanze…

Ed era un po’ strano. Dopo qualche mese di calma sta ricominciando il picco dell’epidemia di colera… Ridere e ballare sapendo che a duecento metri c’erano i container con le camere dei malati, si può? Allora ci diciamo: beh, dai, lavoriamo duro tutto il giorno (vero), facciamo davvero del bene (vero), viviamo in condizioni difficili la maggior parte del tempo (vero), ce lo meritiamo (?)… Poi ancora mi chiedo: chissà quanto sentono forte la musica dalle camere del reparto ustioni gravi. Riusciranno a dormire? E così uno va avanti all’infinito.

Intanto il problema di dormire, mi sono reso conto, ce l’avevo di sicuro io (è una lunga storia: in breve alle 2 del mattino mi sono reso conto di non avere una camera). Ho deciso di dormire sul divanetto sotto il portico. Il portico però era anche la pista da ballo, almeno finché la festa non fosse finita. E allora ho tenuto duro: sto qui fino alla fine, mi son detto. Ma quella durava, durava… dopo il revival francese, dopo Redemption Song di Bob Marley con un ubriaco che la berciava stonando a squarciagola, dopo l’ultimo rap del gruppo della banlieiue marsigliese, siamo rimasti in quattro: io, l’ubriaco e due (uomo/donna) palesemente intenti ad aspettare che ci togliessimo di mezzo. Ma lui era ubriaco e non capiva, io lottavo per la sopravvivenza e quindi non avrei mai mollato la postazione… finché l’ubriaco prende e se ne va: nooo! Da solo con quei due non posso restare, e allora che faccio? Seguo l’ubriaco, non so bene perché, un istinto vitale. Arriviamo al suo bungalow e io mi rendo conto di quanto assurda sia la situazione, anche in considerazione del fatto che non ci conoscevamo. Ma all’improvviso mi illumino: c’è un’amaca appesa sotto il portico del suo bungalow… è asciutta, si è salvata dal temporale di poco prima!! Questo è un momento di quelli in cui un uomo non ha tempo per le spiegazioni. Gli dico: posso dormire sulla tua amaca? Lui urla nella notte: puoi dormire dove vuoiiiii!!!!!!! Detto fatto. Come in Amazzonia. Peraltro, clima e insetti quasi identici.

Ma tre ore dopo la sveglia: anche il sabato alle 7 del mattino dobbiamo essere operativi, qui. Mica si cazzeggia. Si fa festa, alla grande, ma non si cazzeggia. Nei primi cinque giorni ne ho fatte tre, di feste: oltre a quella al campo dell’ospedale, un barbecue qui alla villa e poi giovedì scorso siamo andati a sentire dal vivo i mitici RAM, il gruppo haitiano per eccellenza, uno spettacolo francamente meraviglioso.

Il rapporto con gli haitiani non è mai banale. Per loro, quasi tutti, Msf è un datore di lavoro come un altro. Dell’aspetto benefico non si interessano molto e in un certo senso li capisco. Sono stato abbastanza in giro in questi posti per capire che lo stato di bisogno spegne certe passioni altruistiche. Alcuni ti guardano come se fossi appena sbarcato dalla Niña, la Pinta o la Santa Maria col moschetto in mano; altri (i più) sono sempre festosi e cordiali. I miei due assistenti diretti sono una signora un po’ in carne e molto distinta che è il ritratto della gioia e un giovane che ha l’aspetto, l’atteggiamento e le competenze contabili di Jay Z. Ma in realtà è un bonaccione. La cuoca dell’ufficio, l’altro giorno, ha visto che davo un’occhiata alla pasta al ragù e non la prendevo. Mi fa: non mangi? Dico: non mangio carne, mi spiace, non ti ho detto niente perché non volevo far problemi, tanto mi arrangio, c’è sempre della frutta. E lei prende il suo pranzo, frittata con patate di contorno, e me lo dà.

Al di là di tutto, restano le circa 170mila persone salvate dal colera lo scorso anno. E non parlo neanche dell’intervento post-terremoto. E delle unità per le ustioni, che qui capitano molto spesso (non ho capito perché). Insomma nel marasma molte cose si muovono! E il weekend facciamo le feste. E’ tutto un po’ così.

La cosa onestamente bruttarella è che non ho visto, da che sono qui, un bianco per strada. Solo a Pétionville, il quartiere “chic” (nel senso che è scalcinato, sembra una città povera del Messico, ma almeno non ti accoltellano), e comunque solo nei bar. Peccato, perché a Pétionville per strada ci sono un sacco di pittori che vendono dei quadri bellissimi. In centro invece non abbiamo il permesso di andare a piedi. Anche se oggi a me e un collega è capitato di dover scendere dalla macchina, che era impantanata in una buca. Lungi dall’accoltellarci, gli haitiani ci hanno aiutato a spingere.

Ah, sono stato invitato al mio primo matrimonio haitiano 🙂

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Una risposta a IL NOSTRO AGENTE SEGRETO A PORT-AU-PRINCE

  1. Tia ha detto:

    “young man who has the look, attitude and skills of accounting Jay Z”…hahaha…that is funny. But the streets, mired with water and rubbish and lord only knows what waste…they are not funny. It’s a serious business you are in there. I hope you can make an impact – on the ants, the liquor bottles, and the ‘real work’.

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