TENEMOS PAPA

Stamattina in tv ho visto il Papa col sombrero girare in mezzo alla folla nella papamobile.

Poco più di tredici anni fa sbarcai in Messico. Nella mia stanza di un hotel figosissimo di Città del Messico, ovvero semplicemente México per i messicani, meglio ancora el de efe (il DF, ovvero il Distretto Federale), a mollo in una vasca per un bagno che probabilmente durò un po’ troppo (o quello, oppure fu la vendetta di Montezuma), con la tv accesa sulla CNN En Español perché era molto cosmopolita, vidi un servizio lunghissimo sulla segunda lledaga del Papa a México, la seconda visita di un Papa (allora era Karol Wojtyla) nel paese.

Per una di quelle stupide reazioni psico-emotive che ci differenziano (ma non tanto) dalle lavatrici guardai con attenzione morbosa tutto il servizio, pensando che lui come me viveva in Italia (beh, quasi, dai) e insieme a me era sbarcato in Messico, confrontando le diverse esperienze che io e lui (Giovanni Paolo II!!!) potevamo avere del paese in cui lui sarebbe rimasto pochi giorni e io quasi due anni.

Con il tempo si fanno esperienze, ci si abitua a tutto e si diventa più “scafati” e forse un po’ più cinici; ma quella era la prima volta che attraversavo un oceano e lo facevo da solo e con un biglietto di sola andata e scoprii che ci si attacca a qualunque minchiata quando si ha bisogno di compagnia. Perfino all’Amaretto di Saronno.

(la maglietta, non la chitarra con la Union Jack, è il soggetto di questa foto; idealmente, dovrei avere una foto in cui mi si vedeva meglio la maglietta e non avevo la chitarra in braccio, ma non ce l’ho. Facciamo finta che sia una scelta, una di quelle foto artistiche in cui il soggetto principale viene sapientemente messo in secondo piano, seminascosto, per dare un tocco di ricercatezza all’immagine).

In questi giorni il Papa è di nuovo in Messico, un altro Papa. Non sono un cultore di vaticanismo, ma la cosa mi ha colpito di nuovo e mi ha fatto ricordare in maniera improvvisamente vivida quei giorni: il caldo tiepido di quell’11 gennaio 1999 nell’uscire dall’aereo nel de efe, l’odore pungente dei solventi economici che usano per trattare il legno del mobilio in America Latina, il tizio della portineria che mi porta in camera un pacchetto per “Francesco Storace” e io che muoio dalla voglia di accettarlo e vedere cosa c’è dentro, la prima volta che ordinai la cena in camera quando ancora mi sembrava una cosa cool, una serata in una stanza di lusso finita ad abbracciare la tazza del cesso.

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