BULGAKOV OVVERO L’ARTE DEL KARAOKE

C’è kitsch e kitsch. Ovviamente a decidere qual è quello giusto siamo noi. Quando ci piace, è il kitsch giusto, altrimenti no. Se ci piace troppo spesso, non abbiamo senso del gusto. Se il kitsch non ci piace mai, non abbiamo senso dell’ironia.

C’è poi quel kitsch che gioca sul filo del trash. Ovviamente, il filo tra il kitsch e il trash è già abbondantemente oltre la comune soglia della decenza; in effetti, stando in punta dei piedi sulla soglia della decenza non si riesce nemmeno a vedere, dove sta quel filo. Ma un giro oltre la soglia della decenza è come un walk on the wild side, ogni tanto ci vuole. E per tutti quelli che non sono Lou Reed, c’è sempre un ristorante russo a portata di mano.

Premetto che ho lottato. Non ho ceduto senza combattere. Ho mantenuto, almeno fino a metà dell’antipasto, il sarcasmo dell’uomo di mondo, sostenendo senza troppo insistere (l’uomo di mondo non insiste mai) che eravamo finiti in una trappola per turisti, un posto da viaggio in comitiva, senza però fare storie (l’uomo di mondo sorride delle proprie sventure, non fa scene). La donna di casa esagerava nei sorrisi mentre cantava, le basi programmate della tastiera dell’uomo di casa erano da pianobar degli anni ’80. Peggio, da karaoke nel villaggio vacanze.

Eppure non c’erano comitive giapponesi nel locale. E che fossero figuranti pagati o meno, ai tavoli intorno a noi si parlava russo. Questo almeno garantiva la mia amica, che non era russa ma armena, quindi la cosa più vicina alla Russia che il nostro tavolo si potesse permettere. Lei comunque lo capiva, il russo, e garantiva. All’arrivo della seconda bottiglia di vino (la vodka no, ci eravamo rifiutati di pasteggiare a vodka), ho cominciato a crederle.

Forse, ho pensato, i russi espatriati sono come gli italiani d’America; non i bocconiani a New York voglio dire, ma quelli dei film: quelli delle vecchie generazioni, i paisà. Quelli che per timore di perdere le proprie radici continuano a vivere nell’idea di un’Italia che non c’è più. Convinti che qui, anzi lì, nella Penisola, ogni famiglia faccia la conserva di pomodoro ogni autunno, il pane in casa ogni giorno, il bucato con la cenere.

Forse, mi sono detto, i russi espatriati sono affezionati a questo ideale nostalgico fatto di velluti rossi, zarine, latifondi, battute di caccia e… ehm, karaoke. Nel frattempo, la vodka fa la sua comparsa anche sul nostro tavolo. Tutto scorre. A fiumi, direi. Ci sto credendo. Ci sto credendo. Ci sto credendo.

Finché arriva il momento del “tanti auguri” al tavolo di fianco. E spunta la giapponese. Tra le cameriere.

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