LA FILOSOFIA DEL CALZONE

Sì, lo so che questo blog parla del nulla: cose tipo “wow, a Parigi si usano le biciclette!”, oppure “capperi, a Parigi si beve acqua minerale!”. Sono un po’ come la mia serie televisiva preferita di sempre, Seinfeld, l’immortale “show about nothing”. Del resto, questa è l’unica cosa di cui sono indubbiamente un esperto e possiedo tutti i titoli per parlare: il nulla. Ma è ora di cambiare. Di essere più ambiziosi. Così, oggi parliamo di politica, filosofia. Anzi, oggi diamo qualche scoop clamoroso. Da far tremare i potenti.

Carla Bruni ha detto che lei e Sarkozy sono “gente modesta”. Marine Le Pen ha ottenuto le 500 firme di sindaci francesi che le permettono di candidarsi alle presidenziali. I sondaggi… ah, lo sapevo. Ve l’avevo detto. Lasciamo perdere.

Parliamo invece della pizzeria “Il Pomodoro”.

“Il Pomodoro” è uno di quei fenomeni che ti fanno amare la natura umana: è la classica pizzeria in cui la pizza non è niente di eccezionale, i prezzi un po’ troppo alti, il servizio insufficiente. E tu regolarmente continui a tornarci. Perché? Per esempio perché quando prendi la pizza da asporto e resti vicino al forno a parlare con il pizzaiolo palermitano, quello di mette in mano un bicchiere di bianco e dice: “Ma come, ci vuoi i capperi? I capperi non vanno bene, sono indigesti: io lo so bene perché in Sicilia li coltivo e li vendo”.

Ma come? Li vende e poi dice che sono indigesti? “I capperi sono fatti per insaporire durante la cottura, poi andrebbero buttati via. Come l’aglio. Ma la gente del nord se li mangia perché non capisce niente, e ci restano sullo stomaco. Solo quelli grossi grossi si mangiano, ma quelli non sanno di una minchia”.

Ora non bastava la lattuga, scopro che anche i capperi sono indigesti. Per fortuna che il mio stomaco non lo appesantisce neanche lo stinco di vitello arrosto. Quindi insisto: abbondi pure coi capperi. Ma lui, non so come, mi sta raccontando di quando quarant’anni fa andò a vivere a Favignana a cucinare per le monache o qualcosa del genere.

“Il giorno prima di partire da Palermo il prete mi fa: stai tranquillo che Dio provvede. Tu non devi fare niente, non ti preoccupare che ci pensa lui. Ma io arrivo a Favignana e vedo solo pietre e babbaluci (lumaconi, ndr) e penso: minchia, qui solo babbaluci mi fanno mangiare! Poi arrivo al convento e incontro una signora che sta passando anche lei a salutare le monache e mi dice: buongiorno, lei è quello che fa da mangiare alle monache? Mio marito è pescatore, abbiamo sempre tanto di quel pesce fresco che lo diamo ai gatti, posso lasciargliene un po’ ogni settimana? Così almeno lo mangia un cristiano. Minchia, penso, hai visto che Dio provvede? Il prete ci aveva ragione, minchia!”

L’ultima volta che ci sono tornato invece mi ha raccontato del suo collega, quello che serve ai tavoli. Devo essere onesto, ho sempre pensato che avesse qualche problema mentale. Ogni volta che gli chiedo il peperoncino o un’altra birra mi fissa come se avessi detto “Ciribiribì-Kodak”. Sono momenti difficili, a volte tesi: temo che tiri fuori un machete e cominci a colpire all’impazzata.

Invece, grazie al pizzaiolo palermitano che ogni volta mi dà un bicchiere di bianco (e se ne scola tre mentre mi fa la pizza), ho scoperto che il cameriere in realtà non è pazzo, ma sordo: negli anni ’80 faceva il DJ alla Scala, una discoteca di rue de Rivoli frequentata quasi esclusivamente da adolescenti italiani in gita dove ricordo di aver ballato Lisa Stansfield, anche io allegro gitante, nella tarda primavera del 1990.

“Eh, oh, quando è che ci lavoravi?!?!?”, grida fortissimo il pizzaiolo dentro le trombe di Eustachio del cameriere, tenendogli il padiglione auricolare con entrambe le mani. “1983-1985!”, risponde come una recluta in Full Metal Jacket quell’altro.

La prossima volta parliamo dello sciopero dei minatori, prometto.

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