SALVE, SCUSI, CE L’AVRESTI UNA SIGA?

Non chiedetemi di spiegarvi le regole del “tu” e del “voi” a Parigi (come sarebbe “nessuno  aveva intenzione di chiedertelo”? E dai, fate finta!). Il fatto è che non le capisco. Non posso. Sono al di fuori della mia portata. Impossibile, punto.

L’unica cosa, in generale, che ho capito, è che qui il “tu” si usa meno facilmente che in Italia. E’ molto improbabile, insomma, che a Parigi un elegante ottuagenario entri in un negozio e una commessa diciottenne con la gomma da masticare gli dica: “Ciao bello, vuoi provare i nuovi jeans a vita bassa che alzano il culo e ingrossano il pacco?”. Ecco, questo mi sento di escluderlo, qui. A Milano invece l’ho visto succedere. Mi pare fosse via Torino.

E questa è l’unica cosa, direi, su cui possiamo mettere la mano sul fuoco. Nelle relazioni di servizio, di clientela e così via, si usa sempre il “voi”. Con i camerieri, per esempio, mai permettersi di usare il “tu”! Mai! Sono molto suscettibili, qui nel paese dell’egalité. Piccolo inciso per salvarvi una serata: la prima cosa importante da sapere a Parigi, che si sia turisti o che ci si viva, è che cameriere non si dice garçon, a differenza di quanto sembra credere Tim Roth in Pulp Fiction. Si dice serveur quando stai parlando del cameriere con qualcun altro, mentre se ti rivolgi direttamente a lui lo chiami monsieur come chiunque altro. Ho visto, e stavolta non scherzo, un cameriere riprendersi due calici di vino appena serviti e allontanare due clienti dal locale perché la ragazza per richiamare la sua attenzione aveva usato un gesto sgarbato. Ok, aveva schioccato le dita e ci è mancato poco che dicesse “Fufi, vieni qui!”, ma cacciarli dal locale!

Per strada il discorso è più incerto, non ho ancora capito quale sia la regola. L’unica cosa certa è che bisogna fare una scelta netta, di campo: o “tu”, o “voi”; niente vie di mezzo, niente compromessi, qui non esiste quel tiepido “salve” che non impegna, scappatoia all’italiana quando vuoi lasciarti tutte le porte aperte e cambiare squadra a metà della seconda guerra mondiale. Per quanto mi riguarda, io odio il “salve”; l’unica cosa che avrebbe senso rispondere, quando ti dicono “salve”, è: “… o Regina, madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra…”

Comunque a Parigi anche per strada è difficile sentire il “tu”, indipendentemente dall’età. Perfino il classico punkabbestia che ti chiede la sigaretta, quello che sui Navigli direbbe “Oh, scusa, che ce l’hai una siga?” qui usa il “voi”. Davvero. Anche i cani randagi, nel disputarsi un blocchetto di foie gras abbandonato (versione locale del proverbiale “osso”), si ringhiano l’un l’altro con un certo distacco. Non ci giurerei, ma l’altro giorno mi sembra di aver sentito, mentre due giovani madri chiacchieravano allegramente nel parco, che le rispettive figlie, ognuna dal suo passeggino, si rivolgevano l’una all’altra dandosi del “voi”. A un certo punto una ha detto: “Davvero non vi piace il lecca-lecca alla fragola?”. E l’altra: “Non trovate che sia troppo dolce?”. Poco più in là, un labrador leccava un blocchetto di foie gras mentre un barboncino abbaiava con la erre moscia.

Quando invece vado a disarticolarmi una gamba o a spostarmi una vertebra al corso di capoeira o alle lezioni di yoga, beh, lì cambia tutto. Non sembra neanche di essere a Parigi! Negli spogliatoi vige la regola del “tu”, direi perfino ostentato, enfatizzato, sottolineato. Tipo: “E TU, è la prima volta che TU vieni qui, TU?” (questo di solito me lo chiedono alla fine della classe di yoga, dopo che hanno visto l’insegnante intervenire per districare il nodo che si era formato tra il mio braccio destro, il collo e il femore della gamba sinistra). Insomma, il codice dello spogliatoio, almeno di quello maschile, è quasi cameratesco, fa un po’ legione straniera.

Non frequento lo spogliatoio femminile, ma anche quando si scambiano due parole con le donne durante la lezione si usa sempre il “tu”. Tipo: “Ehi tu, riesci a disfare quel nodo? Come va il femore? Vuoi che chiami l’insegnante per scioglierti?”.

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Una risposta a SALVE, SCUSI, CE L’AVRESTI UNA SIGA?

  1. Luca ha detto:

    Voi siete sempre un Grande.
    Un abbraccio

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