IL BRONX TRA I DETERSIVI

Quando la Babs mi ha annunciato: “Abbiamo finito la candeggina e anche il sapone liquido non è messo bene”, ho cominciato a tremare. Inutile girarci intorno, entrambi sapevamo benissimo di cosa stavamo parlando. Mi toccava andare al Dia.

Il Dia è un hard discount. Ma di quelli cattivi. Di quelli in cui i prodotti non sono “esposti”, ma “scagliati” sugli scaffali: non ce n’è uno in piedi. Di quelli in cui il reparto frutta e verdura, a qualunque giorno della settimana e a qualunque ora ti presenti, sembra sempre che l’abbiano saccheggiato i Black Bloc: cassette semivuote, restano solo le foglie scartate dei cavoli, tre pomodori ammaccati, una mela bacata e due carciofi appassiti; sotto il tuo sguardo, una vecchia con le unghie nere e le ciabatte ai piedi tasta i pomodori, li annusa e li rimette lì.

Il Dia è di quei discount in cui l’ammorbidente si trova solo in confezioni da 15 litri, il riso in pacchi da 30 chili e lo Scottex in rotoli da 3 kilometri. Di quelli in cui, sulla soglia, c’è il resident clochard a cui lasciare gli spiccioli. Di quelli in cui, mentre sei in coda alla cassa, un anziano ubriaco fradicio si accosta e dice “Scusa fratello, devo solo pagare queste trentasei lattine di birra, mi fai passare? Grazie amico, Dio ti benedica, cazzo”. Di quelli in cui la cassiera di 142 chili soffoca un rutto nel cavo della mano prima di darti il resto. Di quelli in cui, il sabato mattina, scoppia una rissa di fronte all’entrata fra ragazze con il bomber di plastica e gli anfibi chiodati. Si tirano i capelli mentre il resident clochard grida “ammazzala!” e tu lo scavalchi per entrare.

Io ho paura del Dia.

E così per gli alimentari, e in genere per tutto ciò in cui una minima qualità è richiesta ai fini di un sano godimento della vita, la regola è che non si va al Dia. Per quello continuo ad andare nei negozietti bourgeois-bohemien di Abbesses: la formaggeria fichetta, l’enoteca trendy, la superette biologica ed ecosolidale, la boulangerie che ha vinto il premio per la migliore baguette di Parigi, il fruttivendolo che vende i pomodori cuore di bue a peso d’oro.

Ma per la carta igienica, i detersivi, i sacchetti neri della spazzatura, le spugnette per lavare il bagno e in genere tutto ciò che pesa/è voluminoso/ha un basso valore aggiunto, il Dia è pratico ed è vicino (troppo vicino) a casa: basta attraversare la rue de Steinkerque, un vero e proprio Stige che separa la Montmartre alla moda e branchée da… beh, da posti come il Dia. E poi nei negozietti bo-bo di Abbesses non vendono cose plebee come la carta igienica. Sembra che i residenti di Abbesses caghino solo petali di rosa.

Quindi mi è toccata. Ci sono andato. Niente rissa tra ragazze, oggi. Ma trascinare a casa la candeggina, una boccia di plasticone alta dieci centimetri più di me con scarpe e tutto, non è stato facile.

Se ti ritrovi a gioire perché la temperatura tocca i 7 gradi centigradi, o hai qualche tara genetica legata al clima o vivi nel posto sbagliato. E poiché Parigi non può essere sbagliata, sto cercando di ricordare se sono nato in un vulcano o se vengo da Mercurio, che ovviamente è il pianeta più vicino al sole. Probabilmente sono nato in un vulcano su Mercurio.

Comunque, prima che arrivasse questa ondata di caldo tropicale, ho trascinato tre innocenti a vedere Francia-Italia, grande appuntamento del torneo di rugby delle Sei Nazioni, nella convinzione che sarebbe stata una bella partita o quanto meno una bella giornata all’aperto. All’aperto, ci eravamo di sicuro. Peccato per i sei gradi sotto zero. In quel momento avremmo preferito essere, che so, dentro un cassonetto in fiamme oppure sdraiati sui binari della metropolitana, ovunque tranne che all’aperto. Ma se i giocatori di rugby potevano starci in maglietta e calzoncini, abbiamo detto, noi ce la dovremmo fare con tre maglioni uno sull’altro e una calzamaglia così spessa sotto i pantaloni che non ci si poteva praticamente sedere: abbiamo visto la partita semi-sdraiati sui nostri seggiolini. Siamo sopravvissuti grazie a un cocktail di birra e vin brulé che avrebbe steso Janis Joplin.

La partita non è stata niente male. Per un po’ di tempo, almeno. Poi, mano a mano che la Francia ha cominciato a prendere il largo segnando una meta dopo l’altra, la mia faccia ha gradualmente assunto l’espressione che doveva avere il comandante Schettino quando per la prima volta ha riascoltato la telefonata della vergogna sul sito del Corriere.

E per la serie: “L’angolo dell’attualità”: leggo sui giornali che un politico molto potente e conosciuto nel mondo è finito nei guai a causa di un giro di festini a luci rosse in cui era coinvolto; a questi festini partecipavano ragazze giovanissime procurategli dagli uomini del suo entourage, pagate (in questo sta il reato) per la loro presenza e i loro servizi “professionali”. L’uomo, sposato e molto anziano, avrebbe potuto essere il nonno di quelle ragazze, ma amava circondarsene per soddisfare il suo appetito sessuale, tanto insaziabile quanto la sua smania di potere. Non appena la cosa si è saputa, però, i suoi concittadini l’hanno immediatamente abbandonato, non fidandosi di una persona del genere alla guida del proprio Paese. Senza che nessuno ci vedesse uno scandalo o un complotto, la magistratura si è messa a indagare; proprio in questi giorni, il politico in questione si trova in stato di fermo presso la stazione di polizia. Innocente fino a prova contraria, ma sottoposto a una regolare indagine a cui non cerca di sottrarsi perché così deve essere.

Avrete capito, forse, che non si tratta di un caso italiano. In effetti la cosa è successa in Francia, sto parlando di Dominique Strauss-Kahn.

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