SOCIAL ANIMAL

“Io sto finendo la messa in piega, tra dieci minuti sono libera, tu dove sei?”, dice la Babsie al telefono.

“PARLA FORTE, NON SENTO!! SONO IN MEZZO ALLA MANIFESTAZIONE DEI TURCHI!!”, grido io.

“EH??”, fa lei.

“LA MANIFESTAZIONE DEI TURCHI, QUELLA CONTRO LA LEGGE SUL GENOCIDIO DEGLI ARMENI!!!”, rispondo.

“Oh cazzo.”

Ora, chiariamo subito un punto: non è che avessi interesse a protestare insieme ai turchi contro la legge (approvata in questi giorni dal Parlamento francese) che punisce chi nega il genocidio commesso per loro mano nei confronti degli armeni. Beh, in effetti trovo un po’ bizzarro legiferare oggi su un massacro avvenuto un secolo fa, per quanto brutale sia stato… ma non è questo il punto.

E’ che le manifestazioni mi attirano come le uova sode attirano i pesci napoleone del Mar Rosso. Cioè tantissimo.

Ma non tutte. Solo quelle in cui non sono coinvolto. Quelle rispetto a cui, pur avendo magari un’opinione personale in merito, mantengo un certo distacco. Anzi, meno mi toccano personalmente e più scatta l’attrazione. Mi piacciono la folla oceanica, le bandiere, i cori, osservare l’atteggiamento delle forze dell’ordine intorno, le facce dei passanti. L’ideale sarebbe una manifestazione del tutto inutile, tipo quella dei parigini brizzolati che rivendicano il diritto a tingersi i capelli. Ecco, lì potrei pagare il biglietto per assistere. Ma non da fuori. Mi butto in mezzo, faccio un pezzo di strada insieme a loro, altrimenti non c’è gusto. Non è che li prenda in giro, eh. Tutto il contrario, mi interessa proprio. Mi attrae, che posso farci.

Se invece si tratta di cose di casa nostra, su cui ho una posizione più personale o un interesse diretto, le seguo attraverso i media ma mi tengo alla larga.

Ovviamente andrò anche alla contro-manifestazione degli armeni, che è a favore della legge contro cui hanno manifestato i turchi: ça va sans dire.

Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio il mondo attraversa una delle stagioni più fauste e al tempo stesso tristi dell’anno. La Terra, gli uomini, la natura stessa gioiscono perché sta arrivando il Superbowl, culmine agonistico e spettacolare del troppo breve campionato americano di football. E questo rende i cuori più lieti, le lune più piene, il canto degli usignoli più melodioso, i meloni più dolci, i pattini più scorrevoli.

D’altronde, però, l’arrivo del Superbowl significa anche che, giocata questa partita, è tutto finito fino a settembre. Un lungo, arido, desolato periodo di sette mesi senza football. Una cosa del genere non può essere legale. Perché non si indigna qualche costituzionalista? Perché non la facciamo su questo, una manifestazione? Quanto è vuoto e disperato il gesto di navigare sulla home page delle riviste sportive americane sapendo già (ah, la mente umana, incapace di accettare l’inevitabile!) che non ci sarà lo straccio di una notizia sul football? E magari, una volta al mese, esultando perché c’è un articolo su quell’assistente del magazziniere dei Miami Dolphins che ha cambiato squadra e va a fare il gommista di riserva dei Detroit Lions?

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