ENFANT DE LA PATRIE

Se il Cappellaio Matto fosse il direttore della Sanità locale e la Regina di Cuori fosse l’amministratore delegato delle Poste, la Francia sarebbe il paese delle meraviglie.

Uhm.

Cosa significa tutto ciò? Non ne sono sicuro nemmeno io. Ecco cosa succede quando il ghost writer del tuo blog è un gatto maschio sterilizzato di età indefinita. Damn! Ma dei gatti parleremo più avanti; ora volevo dire che la pubblica amministrazione francese è una figata pazzesca!

Ieri sono andato a una stazione di polizia per denunciare lo smarrimento del passaporto. In previsione della spedizione, memore di esperienze simili presso le stazioni di polizia milanesi, ho deciso di partire attrezzato per i tempi di attesa. Ho messo nello zaino un paio di quotidiani, qualche rivista musicale, Guerra e pace, Anna Karenina e I fratelli Karamazov, biscotti e panini, sei bottiglie d’acqua, il sacco a pelo, la torcia elettrica, un po’ di carbonella, un accendino e una stecca di Marlboro. E col cuore pesante, mi sono avviato alla missione.

Una volta arrivato, ho pensato di avere sbagliato posto. C’era solo una donna (un po’ brilla) al bancone, che ha finito proprio mentre io mi avvicinavo. Un signore mi fa “Bonjour monsieur, come posso aiutarla?” con tono sussiegoso. Ho guardato rapidamente intorno per vedere se c’erano i prezzi delle stanze e il fattorino per le valigie, ma no, non ero finito per sbaglio in un hotel. La foto di Sarkozy impettito di fianco al tricolore e i gradi sull’uniforme del signore al bancone mi hanno confermato che ero proprio alla polizia. E in due minuti scarsi avevo la mia denuncia controfirmata.

Esperienza mistica numero 2.

Un paio di giorni fa ho mandato un email all’azienda sanitaria nazionale per avvisarli del cambio di indirizzo. Il fatto è che sto aspettando che mi arrivi a casa la tessera sanitaria e già mi vedo protagonista di un thriller visionario e allucinante in cui inseguo la mia tessera per le fogne e i bassifondi di Parigi senza speranza di riuscire mai a trovarla, mentre un brav’uomo della Sanità cerca inutilmente di individuarmi manovrando un satellite-spia.

Così ho mandato questo email ma non ho avuto risposta e – sicuro che nessuno avrebbe letto o fatto niente col mio messaggio – ho deciso di andare di persona all’ufficio sanitario per fare in modo che il mio indirizzo fosse aggiornato nei loro file. Telefonare? Ah, fossi pazzo. Chi osa sfidare il numero telefonico del servizio clienti di un ente parastatale? E poi oggi è una bella giornata.

Stamattina dunque parto in spedizione. Memore di simili esperienze presso le ASL italiane, mi sono preparato prendendo in affitto un’intera carovana di touareg con cammelli e provviste, portando il mio computer e un hard disk con una trentina di film e segnandomi il telefono di qualche agenzia immobiliare per prendere in affitto un pied-à-terre nella zona dell’ufficio sanitario, just in case.

Arrivo all’ufficio, prendo il numerino e mi metto in coda. Sto scegliendo se cominciare a guardare Il dottor Zivago o allestire la griglia per preparare dei kebab di agnello coi touareg quando chiamano il mio numero. Ma come, sono passati tre minuti da quando sono arrivato! Faccio segno ai touareg di aspettare ad accendere il barbeque e vado al desk.

“Buongiorno, devo notificare un cambio di indirizzo, blah blah blah…”

“Come si chiama? Vediamo… ah, ma è già fatto. Lei ha mandato un email l’altro ieri no? L’abbiamo già modificato”.

Ho stappato lo champagne di riserva cantando la Marsigliese. I touareg, abituati a bere solo tè alla menta, si sono ubriacati in un attimo.

Usti quanto è dura comunicare con i gatti. Ne sgridi uno e si spaventa l’altro. Cerchi di tenere in allenamento i loro riflessi felini facendo rumori strani e improvvisi, sibilanti, stridenti, minacciosi, e loro non battono ciglio. Poi giri la pagina di un libro e fanno un salto di un metro, scioccati. Ne vedi uno che osserva rapito qualcosa fuori dalla finestra, ti avvicini furtivo per vedere cosa ha visto e lui appena ti vede arrivare si mette a fissare te.

No! No, stupido, continua a guardare quella cosa che guardavi prima, dai! E lui sgrana gli occhi e ti guarda ancora di più. Resisti immobile, non lo guardi più, pensando che si annoierà di guardarti e tornerà a quel che aveva attratto la sua attenzione. E’ una guerra di nervi, di trincea, di logoramento.

Ovviamente, i gatti sono soldati molto più addestrati di me. Possono stare fermi e guardarmi per due ore. A me dopo dieci secondi cominciano a prudere anche le caccole del naso. Rinuncio. Quasi quasi vado a fare un giro all’ufficio della Motorizzazione, tanto per esaltarmi con un’altra grande prestazione della burocrazia locale.

L’applicazione meteo del mio iPhone dice che oggi la massima è di 8 gradi, ma anche che al momento ce ne sono 12. Vabbè, passiamoci sopra. Vero è che questo inverno parigino è insolitamente mite, si sta bene fuori e se lo dico io, che considero qualunque temperatura al di sotto dei 20 gradi un’offesa personale, è vero.

Ma i francesi esagerano. Queste due donne si sono piazzate a pranzare all’aperto – e senza funghi riscaldanti! Così, in mezzo alla piazzetta! E con un bimbo in fasce! In effetti dalla foto sembra che una stia imboccando l’altra, ma in realtà dietro quella seduta c’è un passeggino con un pupo che, senza dubbio, crescerà sano, forte e con un sistema immunitario eccezionale. O tisico.

All’inizio non avevo notato il passeggino e quando la signora ha passato al cameriere il tupperware con la sbobba chiedendogli di scaldarlo al microonde, ho pensato: va bene che a Parigi si usa sgranocchiare la propria baguette quando ti siedi a un caffè, ma qui si esagera.

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