VOODOO PARISIEN

Certamente una persona a cui non piacciono i fuochi di artificio ha il cuore di pietra. Sia detto senza pregiudizio e senza voler generalizzare, nel massimo rispetto dei mille casi della vita, ma una persona a cui non piacciono i fuochi di artificio deve proprio avere il cuore di pietra. Se poi lo sfondo è l’intera città di Parigi dalla cima di Montmartre, per i fuochi vale anche la pena affrontare una folla tipo “funerali del Papa” – ma molto più violenta, a cominciare dal vecchietto che mulinando il bastone grida “sono zoppo!!!” e molla colpi a destra e a manca, spinge, strattona per passare, e grida “sono zoppo!!!” ma allora cazzarola quel bastone usalo per appoggiarti e non per picchiare l’umanità. Ho preferito passare in mezzo ai soliti gangsta rapper (gli stessi, a occhio e croce, che hanno eletto il gradino della porta di casa mia a loro salotto pomeridiano) piuttosto che affrontare il vecchietto dal bastone rotante.

Trattavasi, per la cronaca, dei fuochi d’artificio in omaggio a Henri Salvador, gentile pensiero della Giunta comunale del 18esimo-fichissimo-arrondissement (quello in cui viviamo naturalmente); il tutto nel quadro dell’annuale Festa della Vendemmia: perché il 18esimo-fichissimo-arrondissement, se la cosa non fosse nota, ha le sue belle vigne e produce i suoi bei vini. Non so se siano le uniche vigne urbane al mondo, per lo meno vigne di queste dimensioni in un’urbe di queste dimensioni, ma insomma sono un fiore all’occhiello e come dice il proverbio, “a vigneto urbano non si guarda in bocca”.

E per festeggiare il tempo della vendemmia, si fa un casino che non ci si immagina. Concerti psichedelici che altrove sarebbero rave clandestini, allestiti in una discarica da quattro impasticcati, qui sono organizzati e sponsorizzati dal Comune. L’animo leoncavallino di Parigi!

Musica: Milano era per me il teatro, Parigi è la musica. Un concerto dietro l’altro, riscoprendo il piacere di ascoltare musica anche per strada o in locali strani, di scoprire nomi nuovi.

Venerdì sera abbiamo fatto tutte queste cose insieme (e molto altro), grazie a un’altra iniziativa legata alla Festa della Vendemmia: il concerto semi-satanico di un artista haitiano che è anche – leggo sul programma ufficiale – prete voodoo. Una evento il cui legame con la vendemmia è del tutto ovvio e non necessita di essere spiegato.

Lo spettacolo si è svolto in una specie di cava nel sottoscala della biblioteca Fleury Goutte d’Or, un edificio stupendo tipo industriale convertito nel cuore di Barbès-La Chapelle, uno dei quartieri più malfamati di Parigi: vi si parla ogni lingua tranne quelle europee, si fuma il narghilè invece delle Camel, il gesto di comprare è considerato scortese perché qui i gentiluomini rubano soltanto. Ma il Comune, invece di abbandonare il ghetto a se stesso, ci ha costruito una biblioteca all’avanguardia che ospita mostre ed esibizioni di artisti vari. E di preti voodoo.

Insomma arriviamo qui sfidando borseggi e la tentazione del narghilè. E’ presto per cominciare, così ci mischiamo alla piccola ma agguerrita folla di tipi artistoidi e pseudo-bohemièn che si attarda di fronte ai quadri di un’artista italiana (nientemeno) fingendo di apprezzarli: il vino è gratis.

Finalmente arriva il momento del concerto. Sia detto per onestà e non per scaricare un barile che tanto nessuno raccoglierebbe, ma non avevamo mai sentito nominare questo artista e siamo venuti a vederlo unicamente perché, come è del tutto evidente, una Festa della Vendemmia senza concerto voodoo non è una Festa della Vendemmia.

All’inizio la piccola sala (che è in sostanza una pista da discoteca più un palco) è semivuota. Tanto che ci sediamo per terra, senza niente e nessuno di fronte che ci ostruisca la vista.

Entrano in scena i musicisti. Non c’entrano niente, intendo dire fra di loro: un chitarrista che sembra in libera uscita da una “rehab” per eroinomani, un batterista che sembra Mama Africa al maschile, un percussionista tipo Gangs of New York, un bassista che sembra i Pink Floyd (tutti e quattro messi insieme, con una prevalenza di Nick Mason), a cui si aggiungono poco dopo un altro percussionista dall’aria dell’irlandese buontempone e un flautista tipo santone indiano.

Cominciano a creare un inquietante sottofondo sonoro che accoglie in scena LUI. Erol Josue.

Per i primi dieci minuti penso: “Sono un pirla. Ben mi sta, a venire ai concerti di gente che non ho mai sentito nominare. Ci sarà una ragione se non l’ho mai sentito nominare”. La Babs e le nostre due amiche francesi hanno paura. LUI emette strani suoni, è un maschione vestito da donna che si agita come posseduto e francamente sembra la parodia di un incrocio fra i REM (tutti e tre, con una prevalenza di Michael Stipe) e una tribù Masai (un’intera tribù, con una prevalenza… oh, insomma, basta).

Passano altri dieci minuti; il ritmo si fa indemoniato. L’atmosfera è, come si suol dire nei peggiori articoli giornalistici e come dirò anch’io per pigrizia, “elettrica”. Voglio già comprare tutti i suoi cd. Penso: “Ma che figo sono a scoprire questi artisti incredibili? E’ ovvio che i concerti migliori sono quelli di cui non ha sentito parlare nessuno”.

Siamo tutti, come vuole l’atmosfera, elettrizzati. La Babs e le nostre due amiche francesi sono tarantolate, per quanto possano dirsi tarantolate tre persone sedute per terra. Per due ore mi sembra di assistere a qualcosa che è in parte musica, in parte un monologo teatrale (per i cultori del genere, quello della Regina Mab) e in parte messa nera. LUI parla molto fra un brano e l’altro, si esprime in questo ex-francese imbastardito dei Caraibi che non si capisce, viene da Port-au-Prince.

La sala mi sembra molto più piena rispetto all’inizio, qualcuno si mette a ballare, appaiono altri tarantolati (in piedi). Verso il finale, una ragazza apparentemente invasata sale sul palco e per un po’ balla sotto lo sguardo divertito dei musicisti, poi, come nel finale del monologo della Regina Mab, si inginocchia a terra simulando uno smorzacandela e (questo in Shakespeare non c’è) si tira giù il vestito esibendo due piccoli ma indiavolati seni.

Quando si riaccendono le luci, mi sembra strano ritrovarmi individuo nei miei jeans e anfibi e non spirito, unito agli altri spiriti. Uno a dire il vero ci prova, voglio dire a unirsi – non a me ma alla Babs, mentre io vado in bagno un momento. Ma lei schiva con classe. E così non mi resta che ricordare, l’indomani, di comprare il pan-briosce per il brunch dagli amici.

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