SOTTERRANEO

Vi siete mai chiesti com’è viaggiare in metropolitana nei panni del conducente, che vede il tunnel oscuro schiudersi davanti a sé? Io me lo sono chiesto molte volte, quasi tutte quelle in cui viaggio da solo in metropolitana. E ieri finalmente ho provato l’esperienza. E’ fichissimo, meglio che viaggiare in aereo nella cabina di pilotaggio. Ovviamente io non ho mai viaggiato in aereo in cabina di pilotaggio, è per questo che lo affermo con tale sicurezza.

Ebbene, ero nel primo vagone che aveva una parte trasparente nella parete che lo separa dalla cabina di pilotaggio, a differenza di quanto accade nella metropolitana milanese in cui la parete è completamente di metallo. E mi sono praticamente attaccato con la faccia al vetro, lasciando alla fine la profana sindone del mio muso sul vetro.

Cabine degli aerei a parte, è bellissimo vedere il tunnel appena illuminato venirti incontro, e poi all’improvviso, magari dietro una curva, aprirsi la luce e lo spazio: siamo arrivati a una fermata. Ma c’era proprio bisogno di quella curva a gomito, voglio dire in metropolitana? Sottoterra dovresti poter andare dove vuoi, tirare delle righe dritte no? In fondo le diverse linee sono, a giudicare dalle migliaia di scale che dobbiamo fare per cambiare, a diverse profondità. Almeno nei punti di incrocio. Invece niente, certe curve che ti chiedi come faccia la metro a non andare in derapage.

E poi un’altra stazione. La gente che aspetta. Alcune semideserte, altre così piene che ti sembra impossibile che ci stiano tutti sulla banchina, è praticamente sicuro che uno caschi di sotto, oddio lo schiacciamo, oddio quello cade. Alla fine non cade nessuno. Ma se fossi un conducente di metro sarei sempre in ritardo, facendo le stazioni a passo d’uomo per la paura che mi caschi la gente sotto le ruote.

Ho preso la metro nella zona di Barbès, che è un po’ l’Africa a Parigi. Praticamente un suk nordafricano grande come un quartiere, perfino le case sono un po’ fatiscenti e scrostate come in Marocco o in Egitto. Ero l’unico non africano e ho capito perché i miei amici a volte mi sfottono e dicono: “Ma cosa ci vai a fare in vacanza così lontano, che qui è la stessa cosa!”. Se si riferiscono a Barbès, hanno ragione.

Ovviamente, la stazione di Barbès è un po’ come il far west, o meglio il deserto del Ténéré. Sono sceso e provando a passare i tornelli il mio biglietto è stato rifiutato. Non era usato, semplicemente smagnetizzato: qui capita spesso. Normalmente si va dal bigliettaio che te lo cambia, ma qui il bigliettaio sembrava impegnatissimo a farsi i fatti suoi lontano dal banco di accoglienza.

Ero lì che vagavo vicino ai tornelli con sguardo da anima in pena, quando dall’altra parte, un ragazzo africano si è avvicinato ai tornelli di uscita, facendoli aprire, ma non è uscito: mi ha guardato e poiché io ancora non capivo, mi ha fatto cenno con la mano. Si era messo lì solo per farli aprire e fare passare me. L’industria dei portoghesi, a Barbès, funziona su basi collettiviste e solidali. Un ragazzo africano che non mi conosce fa spalacare i tornelli di uscita perché io possa passarci contromano ed entrare in metro senza pagare.

Volete sapere cosa ho fatto? Beh, ero a Barbès…

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