IL GENERALE CUSTER A 40 GRADI

Ah, è bello essere tornati all’autunno perenne di Parigi. Era una battuta. Anche perché oggi in effetti c’è un bel sole: potremmo infrangere il tetto dei 20 gradi, se non tira troppo vento.

Ho appena letto l’incipit del mio post più recente: “Cachoeira, la capitale del candomblé”. Possibile? Ormai mi sembra così lontana che non sono sicuro di esserci mai stato. Devo fare uno sforzo, fermarmi un momento e concentrarmi, per convincermi che in questo preciso momento, mentre scrivo queste parole, Cachoeira esiste ancora, si trova là dove l’ho lasciata ed è proprio come l’ho vista.

E nel bar dove ho bevuto la caipirinha adesso ne staranno servendo un’altra a qualcun altro, e la venditrice di frittole della stazione degli autobus adesso starà friggendo altre frittole. Beh, non proprio adesso adesso: è notte fonda. In questo momento, forse, sulla spianata di cemento all’interno di un cortile o dietro un portone scheggiato semichiuso stanno celebrando proprio un candomblé. Una donna enorme vestita completamente di bianco sente il suo orixà parlare attraverso di lei, un’altra anziana e magrissima saltella a piedi nudi in mezzo alla stanza, mentre tre adolescenti battono a mani nude sui tamburi incessantemente da un paio d’ore. Una Mae de Santo osserva, seduta su una vecchia sedia a dondolo a margine della cerimonia, poi si alza per danzare insieme a una ragazzina, una giovanissima già iniziata al rito, per non lasciarla sola.

(La foto notturna che segue è di Salvador e non di Cachoeira. Non ho foto notturne di Cachoeira, quando non ero al candomblé ero troppo impegnato a fuggire dagli scarafaggi. Ma insomma Cachoeira esiste e con essa esiste, anche mentre non ci sono, tutto il Brasile. Strano.)

Stamattina si torna al solito tran-tran. Ho fatto partire una lavatrice: delicati, 40 gradi (i gradi li sceglie lei, non io; io dico solo “Delicati”, e la lavatrice dice: “Allora 40 gradi”; se io volessi lavarli a 60 gradi, per dire, niente, non si può. O meglio, si può, ma bisogna leggere un libretto delle istruzioni grosso spesso come I fratelli Karamazov. Si dice anzi che Dostoevskij, dopo aver letto le istruzioni dello stesso modello di lavatrice – da lui acquistato con i proventi di Delitto e castigo – abbia affermato: se mai dovessi scrivere una cosa così lunga e difficile, uccidetemi). Comunque, sia come sia: ormai ho imparato a usare la funzione “asciugatura” e tanto basta.

Mentre facevo colazione però ho sentito improvvisamente un rombo potentissimo venire dal bagno. Ho subito pensato: “Di sicuro non è la lavatrice, visto che è il modello Grand Silence“. Avvicinandomi al bagno, ho sorriso fra me e me: “Proprio come pensavo, non è la lavatrice, è un elicottero Apache della Marina americana che sta cercando i Talebani tra la doccia e il lavandino”.

Ma entro in bagno e l’Apache non c’è. E da dentro la pancia rotante della mia Grand Silence viene un frastuono demoniaco come se gli Apache, gli indiani stavolta, fossero lì dentro a scuoiare cristiani. Nel ruolo dei cristiani scuoiati, ovviamente, le camicette più preziose della Babs. Eppure sono sicuro di aver selezionato la funzione “Delicati”. Vi saprò dire.

It’s fun to be home.

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