L’OBOLO PER I SANTI

Cachoeira, Bahia: la capitale del candomblé. Canti africani, tamburi, santi misteriosi, danzatori color ebano posseduti dagli spiriti.

Ma prima di tutto, una deliziosa, sonnacchiosa cittadina coloniale dove andare a zonzo per ore senza meta. Lungo il fiume, o inerpicandosi per le strade acciottolate che salgono sulle colline, tra case a tinte pastello, chiese con la facciata di un bianco abbagliante e la piccola favela che non manca mai.

Chiedo in giro: io e la Babs abbiamo già assistito a un candomblé a Salvador (mio Dio, quanto tempo sembra passato) ma qui è diverso. Incontro José, mi ci porta lui. A pagamento, naturalmente: 50 reais e passa la paura.

Alle 22,30 io e José siamo seduti su un gradino di fronte a una casa, aspettiamo in quella posizione da un’ora e mezzo. Solo un gran viavai, gente che entra, gente che esce. Bambini che giocano. Finalmente succede: entriamo insieme ad altri, attaccano a suonare tre tamburi, freneticamente. Iniziano le danze – letteralmente.

A un certo punto, sarà stata l’1, scatta l’intermezzo per lo spuntino. In teoria le cibarie sono offerte per Nanà, la orixà che stiamo celebrando, ma si vede che Nanà stasera è inappetente perché il cibo che lo sbafiamo noi. Girano frittelle, panzerotti, dolci. Anche una sbobba tiepida che mi viene servita in un grosso bicchiere di plastica. Sa di cocco e manioca. Una anziana danzatrice che assomiglia vagamente a Yoda il Saggio mi abbraccia durante il suo turno di ballo in trance.

Torno alla mia pousada che sono quasi le tre, stanchissimo, entro in camera e comincio a lavarmi i denti. Mmmhh… era un movimento quello che ho intravisto con la coda dell’occhio? E chi è quell’essere sul mio letto? E’ grosso come Mike Tyson e altrettanto brutto e spaventoso, ma è rosso scuro e ha le antenne: il campione mondiale dei pesi massimi degli scarafaggi. Mentre rifletto sul da farsi e sulle probabilità che il mostro prenda spontaneamente la via del tramonto, suo fratello minore mi saetta fra i piedi. That’s it. Vaffanculo. Un conto è in Amazzonia, ma in una camera di pousada, ancorché economica, gli scarrafoni no. E poi io non sono nemmeno mamma loro, a me sembrano bruttissimi.

E così butto la roba nello zaino alla rinfusa e in piena notte scappo, dicendo al ragazzo assonnato alla reception che non voglio dividere un letto singolo con le cucarachas. “Cuca…. como?”, dice lui. Eh sì, tua nonna. Per fortuna, dopo tanto bussare, mi aprono il portone della pousada del convento, ex convento riadattato. Più bella e più cara.

Il giorno dopo mi sveglio decidendo di partire. Amo Cachoeira, ma un’altra giornata seduto in piazzetta a bere caipirinha da solo guardando la vita che scorre farà di me un alcolizzato. Alla stazione degli autobus una paffuta venditrice di frittole mi attacca bottone.

Chiacchieriamo per un sacco di tempo, finiamo a parlare di candomblé. In effetti sono io che butto lì l’argomento, ma non immagino che lei mi dica: la mia madrina è una mae de santo, ovvero una specie di sacerdote di questo culto afro-brasiliano, proprietaria di un terreiro dove si celebra la macumba.

“E tu potresti aiutarmi a incontrarla?”

Sì, l’ho chiesto davvero. Ora, voi potreste darmi dello sciocco. Perché non ho alcun interesse a parlare con le centinaia di preti nelle chiese che abbondano a Parigi e Milano, ma voglio parlare con una mae de santo a Cachoeira? Chiamiamolo istinto.

La venditrice di frittole fa una telefonata, io intanto guardo l’orologio e lascio passare indifferente l’ora in cui parte la corriera che avrei dovuto prendere. Ormai ho altri piani. Finisce la telefonata: “Ti aspetta”. Chiama un ragazzo in moto e gli dà istruzioni su dove portarmi.

La mae (Dionisia, si chiama – Dionisia!! io che ho fatto Dioniso nelle Baccanti!!) sta pranzando: mi invitano ad aspettare sul divano, in un piccolo soggiorno dove, in compagnia di due bambini, guardo “Il principe di Bel Air” doppiato in portoghese su una tv a schermo piatto. Il più piccolo dei due marmocchi – avrà cinque anni – sta mangiando senza troppo entusiasmo un intruglio di uova, pesce e manioca in una ciotola per gatti. Finalmente arriva Dionisia. Mi guarda: “Ah, indossi una maglietta nera…”

Falsa partenza. Dionisia scompare. Dopo un quarto d’ora torna e mi avvolge in un drappo bianco, sono addobbato come un chierichetto. “Il nero non va bene”.

Quel che mi dice resta fra me e lei, ma alla fine il cartello appeso sopra l’altarino parla chiaro. La consulta della mae de santo costa 80 reais. De André troverebbe parole pungenti a proposito del fatto che anche lo spirito esige la sua parcella. Io invece spendo altri 20 reais per una bottiglia di “rimedio” che Dionisia mi prescrive. Non ho capito a cosa deve rimediare ma lo compro senza batter ciglio. E’ una specie di genepy che mi devo versare addosso la mattina per tre giorni consecutivi. Incredibilmente, lo sto facendo. Non so perché.

Nel viaggio (che finalmente compio) da Cachoeira a Morro de Sao Paulo, la bottiglia mi accompagna fedele. Ho il terrore che quella specie di vin brulé mi macchi i vestiti nello zaino in maniera indelebile (anche se poi me lo butto addosso) e quindi la trasporto in un sacchetto a mano, come un alcolizzato.

Dopo aver cambiato cinque minivan, ogni volta aspettando un tempo indeterminato perché i minvan partono solo quando sono pieni, l’ultimo pezzo è in barca: il Morro sta su un’isola. Poco dopo la partenza del barcone un venditore si mette a smerciare dei parallelepipedi bianchi e mollicci che la gente mangia, a vederli li diresti riso e scaglie di cocco tenuti insieme da un’abbondante eiaculata di un grosso mammifero. Naturalmente ne compro subito uno e lo assaggio. A occhio e croce il gusto conferma la mia congettura. Conoscendo solo due su tre dei gusti in questione, resta il dubbio.

Finalmente arriviamo al Morro. Una specie di Bengodi fatto di spiagge una più ampia dell’altra, e una sequenza di bar-ristorante-pousada, bar-ristorante-pousada, bar-ristorante-pousada, bar-ristorante-pousada, ecc.

Ragazzi e ragazze giovani e belli cercano di convincermi a entrare nel loro locale. “Dai, fermati qui, è fichissimo, ci divertiamo una cifra!”. Alle loro spalle, sedie e tavolini deserti, musica a palla, un cameriere annoiato. Voglio tornare in Brasile.

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