CARIOCA

Ora è chiaro perché la chiamano ‘cidade maravilhosa’. Dopo una settimana a Rio de Janeiro ti rendi conto che hai cominciato a capire come gira il fumo e te ne servirebbero altre due per rifare le cose che hai fatto, ma meglio.

All’inizio, confesso, ero un po’ frastornato. Dopo l’intimità del Pelourinho, il centro storico di Salvador, dopo la solitudine selvaggia dell’Amazzonia, Rio mi ha preso in contropiede. Smisurata, caotica, con quella fama di posto pericoloso – la famosa pistola in faccia, ecc. Ci vogliono dei giorni per capirla.

Per fortuna Ipanema è un ottimo punto di atterraggio – anche troppo: ti senti quasi uno straccione, tu, con le tue havaianas e i bermuda da turista, inadeguato di fronte all’eleganza nonchalant dei carioca. Ma basta dare tempo al tempo.

La vita da spiaggia, per esempio, va capita. Non è come andare alla spiaggia da noi, tipo tintarella e bagno, anche perché con le onde dell’oceano, più che altro si tratta di prendere un ettolitro d’acqua in faccia e ritrovarsi la sabbia laddove non batte il sole e non arriva nemmeno l’ombra.

La spiaggia è invece più che altro un luogo sociale, come un parco Sempione o un Jardins de Luxembourg, ma sul mare e con molta più gente – e tutti che sfoggiano costumi super chic. Appena metti piede sulla sabbia parte l’organizzazione: un giovane con affabilità da manuale si precipita e ti piazza la sdraio dove vuoi, se la vuoi, poi ti dice: mi chiamo Jorge, se vuoi birra, caipirinha, mangiare, qualunque cosa fai un fischio. Ma se le opzioni di Jorge non ti aggradano, basta alzare il braccio quando passa il venditore di panzerotti, o gelati, o noccioline, o formaggio da arrostire e cospargere di origano (si porta dietro la carbonella portatile). Insomma, lasciate che cibo e bibite vengano a me. E tu cazzeggi alla grande.

Poi c’è la vita notturna del quartiere di Lapa, con la musica dal vivo in un locale più bello dell’altro, i ristoranti di Santa Teresa e Leblon, le caipirinha di notte al baracchino sul bordo della spiaggia (ogni tanto a dire il vero ti guardi intorno: non saremo restati i soli, vero? c’è altra gente, vero?), i confronti tra Ipanema e Copacabana come se le conoscessi da sempre, così per tirartela.

Ma non sarebbe Rio se non ci fossero le favelas, e allora bisogna andare anche lì per tentare di capire. Non è detto che ci si riesca, ma uno ci prova. Ci vai con un amico di amici che abita a Rio da tanti anni e conosce tutti, così ti senti più sicuro, ma appena arrivi lui ti dice: qui sei più al sicuro che in qualunque altro posto (pensi: bene), perché è il regno dei narco trafficanti (pensi: male) e loro non vogliono casini che attirino l’attenzione. Ti spiega: il loro business è la droga che frutta decine di milioni di dollari, non il portafogli di un turista con dentro trenta euro. Ti dice: se uno fa del male a un turista dentro una favela, un’ora dopo sta a pezzettini in una discarica.

Minchia.

E’ tutto un casino, non ci capisci niente. La gente ti sorride, sembrano amichevoli, salutano. Ti rilassi e pensi che ti stanno coglionando, come con i presunti avvistamenti del giaguaro in Amazzonia, ma proprio in quel momento passa un adolescente con kalashnikov in spalla e un miliardo di proiettili alla cintura. Ri-minchia.

In buona sostanza, ti spiega, questo posto nasce come quartiere-città nata spontaneamente e “auto gestita”, immigranti dalle campagne che si sono costruiti le baracche di legno e poi mano a mano che trovavano lavoro come camerieri, arrotini, muratori, strilloni che vendono i giornali, ecc, hanno messo i mattoni al posto del legno, qualcuno li ha stuccati e qualcuno no, qualcuno è attaccato a una sorta di rudimentale rete fognaria e qualcuno no, tutti sono abusivamente allacciati alla rete elettrica e all’acqua, il governo chiue un occhio perché mica sono animali.

Poi i boss del narcotraffico hanno deciso che le favelas erano i luoghi ideali per farne il proprio rifugio e se le sono prese. Gli altri, quelli “buoni”, abusivi ma non violenti, che cosa potevano fare? Mica possono dire a un boss: “per favore, vai da un’altra parte”. E quindi ci convivono gomito a gomito, la mattina prendono il bus e vengono a cucinare e servire il churrasco sulle nostre tavole, la sera tornano a casa e fingono di non vedere l’adolescente con il kalashnikov. Come gesto di cortesia per il disturbo, il boss finanzia con milioni di reais le scuole di samba, che sono quasi tutte nelle favelas e sono quelle che rendono il Carnevale di Rio quello che è.

Abbiamo preso in parola il nostro cicerone e la seconda volta ci siamo andati da soli in favela, e per di più di notte, perché in quella favela, che si chiama Mangueira, c’è la scuola di samba più ganza di Rio. In effetti non eravamo gli unici turisti, anche se eravamo veramente pochi. E fino alle ore piccole siamo rimasti a godere dello spettacolo straordinario di questa gente. E per la prima volta, cacchio, la samba non mi è sembrata una gag da cacao meravigliao, ma un ballo strepitoso e ipnotico.

Purtroppo era la nostra ultima sera nella cidade maravilhosa.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...