ISTRUZIONI PER IL GIAGUARO

All’inizio ci siamo preoccupati perché sciacquavano le stoviglie nell’acqua del fiume, senza sapone ovviamente. Poi abbiamo visto che la usavano anche per fare il caffè, bollire la pasta, fare il brodo di pollo. Per finire, ci hanno buttato dentro le bustine al gusto di mango e voilà, il succo è servito.

Jungle life, come cantava Baltimora in Tarzan Boy.

Se solo il fiume fosse almeno uno di quei lenti, immensi corsi d’acqua come il Rio Negro, su cui avevamo navigato con la nostra barcarola per oltre dodici ore. Invece sono le acque stagnanti di una specie di sconfinato acquitrino della foresta, coperto da una poltiglia di foglie marce, corteccia d’albero e insetti affogati. Inoltre sono acque scurissime: sembra di scivolare in barca sul petrolio, e invece è acqua dolce di fiume. E’solo ricca di una quantità abnorme di minerali che le danno questo ramato, che a vederlo nella penombra pare nero. Secondo me, altro che minerali. Ci sono uranio e plutonio. Loro dicono di no, ma il mio piede sinistro, che lasciavo penzolare dalla barca dentro l’acqua, adesso ha sette dita, una delle quali dotata di movimento autonomo e una faccia da schiaffi alla Clark Gable.

Siamo arrivati nella riserva amazzonica di Jaù dopo un giorno e mezzo di viaggio da Manaus, 200 km in macchina e il resto in barca. Ci siamo lasciati alle spalle, insieme alla civiltà, una serie di piccole radure sabbiose: approdi artificiali creati dalle comunità indigene che vivono qui -non indios che tirano le frecce agli elicotteri, ma clan di 30-40 persone che scavano un pozzo, piantano un albero di mango e uno di guava e pescano per sopravvivere.

Raimundo è la guida. Si fa chiamare Rambo e un po’ di Rambo ce l’ha. Giuro di averlo visto coi miei occhi incidersi il piede con il coltellino svizzero disinfettato nella cachaça perché doveva “aggiustarsi” una ferita. Il barcarolo invece si chiama Lula. “Come il presidente”, dico. “Ex presidente”, mi corregge giustamente. Lula ha tre caratteristiche: è un logorroico pazzesco, parla di sé in terza persona e ha un enorme complesso nei confronti di Raimundo,  perché ogni volta che Raimundo racconta qualche aneddoto interessante della sua vita nella giungla, Lula ne racconta uno pure lui – anche se non osa entrare in competizione diretta, per cui l’episodio di Lula è sempre una versione sottotono di quello di Raimundo. Raimundo ci racconta di quando era nell’unità di élite dell’esercito, addestrandosi a sopravvivere nella foresta e arrivano primo del suo battaglione nella gara di specialità, con uno spettacolare 10 su 10 nel tiro al bersaglio in corsa nella selva? “Anche Lula ha fatto il soldato nella giungla, ma Lula ha perso la gara di tiro e non è riuscito ad arrivare primo nel suo battaglione, è arrivato secondo!”, dice Lula. Raimundo dice che lui quando fa in barca il tragitto da Belem a Manaus conosce tutti nel giro di mezz’ora dalla partenza? “Anche Lula è molto socievole, Lula conosce un sacco di gente ora che il traghetto arriva a Manaus”, dice Lula. E state certi che quando Raimundo si è infilzato il piede con un arpione durante una pesca e l’ho visto tirare fuori il coltello e aprirsi la carne, Lula ha prontamente esibito una sbucciatura al pollice che si era procurato pulendo il pesce e ha riscosso la sua dose di cure e cerotti.

Ogni tanto, navigando, i delfini di acqua dolce del Rio Negro fanno capolino, ma la prima scena vera di vita selvaggia direttamente dalla foresta pluviale sono due papere che si accoppiano con foga mentre sorbiamo il caffè del mattino. Ebbene sì, due papere. Non è che nella foresta siano banditi gli animali normali. Però erano papere speciali, con certe bolle rosse sul muso. Un effetto dell’acqua al plutonio, senza dubbio.

“Fazemos triglia, fazemos triglia”, dice un mattino Raimundo. E io a chiedermi che cosa ci sia di tanto speciale nel mangiare una triglia in Amazzonia. Invece triglia, anzi trilha, vuol dire trekking, ed è la vera esperienza amazzonica, quella in cui a ogni passo puoi pestare un serpente, riempirti di formiche rosse, pescare una tarantola.

Ci son due tipi di ragni in Amazzonia. Quelli lunghi 10 centimetri e quelli lunghi 20 centimetri. I primi ci siamo presto abituati a scrollarceli di dosso senza fare scene, i secondi sono le tarantole velenose e per fortuna ne abbiamo vista solo una su un albero. In compenso è molto più facile imbattersi nella formica ‘tucandera’, lunga solo 5 centimetri ma cazzo è tantissimo per una formica. Barbara stava appoggiando lo zaino giusto su un nido delle terribili tucanderas, se ne è accorta appena in tempo. Se ti punge una tucandera, sono 24 ore di nausea e vomito. Se ti pungono in tre o quattro, ci vuole il dottore e ti viene la febbre. Se ti siedi su un nido e ti pungono 100 tucanderas, shock anafilattico e arresto cardiaco.

Per non parlare del rischio di essere attaccati dal re della foresta amazzonica: il giaguaro. Per fortuna non è un rischio alto. In primo luogo perché il giaguaro è un animale solitario e non contando sulla forza del gruppo teme l’uomo, più che vederlo come una preda. Solo se uno si trovasse da solo nella selva e il giaguaro avesse tanta, tanta fame le cose possono mettersi davvero male, ma in gruppo non c’è rischio. In secondo luogo perché nonostante i mille aneddoti di Raimundo, che ogni mattina ci sveglia dicendo “stanotte ho sentito due giaguari da quella parte, a non più di 80 metri dal campo”, l’ultimo giaguaro secondo me è stato avvistato quando si ballava l’hully gully e oggi devono essere pressoché estinti.

In ogni caso, se proprio dovesse succedere, ci sono tre tecniche di difesa dal giaguaro nel mondo animale.

Il formichiere, dotato di lunghi e acuminati artigli, stringe il giaguaro in un abbraccio mortale. Il tapiro, dotato di una pelle coriacea, corre in mezzo a un groviglio di rami e spine lasciandoci il giaguaro attaccato mentre lui esce dall’altra parte. Il caimano, dotato di una coda lunga e muscolosa, usa appunto il classico ‘colpo di coda’ e fa volare il giaguaro per aria, a dieci metri di distanza. Ma io mi sono tagliato le unghie prima di partire, ho la pelle delicata e arrossata dal sole e quanto alla coda, dai… sono fiero di me, ma far volare un giaguaro per aria…

In realtà, scopriamo presto, il nostro peggior nemico non è il giaguaro, né il variopinto mondo di creature striscianti o dotate di otto o sei zampe. Il nemico pubblico numero uno è: il porco selvatico. Si muove in gruppi di 100, 200, è una cosa tipo cinghiale e ama la carne fresca. “Se arrivano”, fa Raimundo, “salite su un albero o gettatevi nel fiume”.

Ok.

Dopo qualche ora che marciamo nella giungla, su e giù (la giungla può essere molto scoscesa a tratti), dopo aver attraversato corsi d’acqua in equilibrio sui tronchi, con zaini da 15 kg sulle spalle, con il 200% di umidità, attenti a ogni punto in cui metti il piede, vedo la Babs con l’espressione tipica degli antichi schiavi egizi mentre costruivano le piramidi. Contrito, balbetto a stento “Ti prometto che per un anno facciamo solo quello che vuoi tu…” ma lei mi fredda: “Un anno? Questa me la paghi per tutta la vita”.

Finalmente arriviamo al punto dove appenderemo le nostre quattro amache agli alberi, io, la Babs, la guida e il fedele Lula. Appena arrivati Raimundo dice: “Ho dimenticato le zanzariere, ma qui non ce ne sarà bisogno. Comunque per gli animali state tranquilli, stanotte veglio io”. E immediatamente piomba in un sonno profondissimo. L’infaticabile Lula, intravista l’opportunità di un momento da protagonista, organizza le difese e in breve tempo costruisce arco e frecce, trappole per giaguari e un enorme scacciamosche a misura di condor, utilizzando una sorta di palma/felce dal lungo fusto con un’estremità fronzuta.

Finalmente, quando cala l’oscurità, fra le mille voci della giungla scopro il piacere indescrivibile di dondolarmi nella mia amaca, indovinando le stelle fra le chiome degli alberi. E’ vero, non ci sono zanzare. Raimundo veglia russando come un porco selvatico mentre Lula, sempre più spaventato, accende e spegne la torcia con un vago effetto stroboscopico.

E’ un momento magico.

Mi metto, per addormentarmi, a contare i miei nemici: la tarantola, la formica tucandera, venti specie di serpenti velenosi e tre o quattro di costrittori, i coccodrilli, i porci selvatici e naturalmente il giaguaro. In quel preciso istante mi passa a un metro dalla faccia un pipistrello.

Oh no.

I coccodrilli e i giaguari sono animali belli e affascinanti, l’anaconda e la tarantola sono bruttini ma quanto meno esotici, ma il pipstrello è solo brutto e io ne ho sempre avuto una specie di fobia. Maledetta leggenda metropolitana secondo cui ti si attaccano ai capelli. Una volta, quando abitavo in Messico, me ne entrò in casa uno e diventai così paranoico da contagiare la mia fidanzata messicana; ci barricammo in camera coi berretti da baseball in testa e da lì chiamammo la disinfestazione.

Questo pipistrello, adesso, che mi svolazza a poche spanne dalla faccia nella notte in piena giungla mentre sto nella mia amaca senza nemmeno una rete anti-zanzare, mi coglie alla sprovvista e mi ricorda all’improvviso tutta la mia vulnerabilità.

Mi giro lentamente verso l’amaca della Babs, senza nemmeno vederla nel buio, e dico con un filo di voce: “Ho sete, e non sto facendo mai la cacca…”

 

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Una risposta a ISTRUZIONI PER IL GIAGUARO

  1. Gaia ha detto:

    Prima di tutto, state facendo un viaggio davvero fantastico, beati voi, secondo, voglio le foto! Voglio vedere i volti di Lula e Raimundo! Terzo: la dichiarazione finale è un vero è proprio colpo di scena! Heehehhehe!!! Ciao a tutti e due!!!

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