IL CHURRASCO SOTTO L’ASCELLA

IL churrasco sotto l’ascella pare sia la più tipica delle specialità brasiliane. Secondo me portare il churrasco sotto l’ascella è difficilissimo ma ci proveremo. Deve essere ancora più difficile portare la cachaça sotto l’ascella in effetti.

Ieri sera intanto è stato compiuto il Grande Abbandono. I poveri Pecan e Ginger, sballottati a nostro piacimento un mese fa dall’Italia alla Francia senza capire perché e per come, sono stati sballottati di nuovo, questa volta attraverso Parigi, e affidati alle amorose cure degli amici che li terranno durante la nostra spedizione sudamericana. Prima c’è stata una corsa in taxi da un capo all’altro della città, con la colonna sonora di Pecan che miagolava a intervalli di una regolarità incredibile e la Babs che con tono di affettuoso rimprovero gli diceva “Su, Pecan, basta, dai…” come se il poveretto dovesse in qualche modo capire perché era stato rapito e farsene una ragione.

Poi, appena messi in libertà nell’appartamento in zona Tour Eiffel, ogni gatto ha seguito il proprio istinto, ciascuno mostrando una ben distinta personalità. Pecan si è subito messo in perlustrazione, esplorando ogni centimetro della casa in pochi minuti, guizzando fra le gambe di chi si trovava in mezzo e terminando affacciato sul davanzale con le zampe davanti, guardando la strada col collo allungato.

Ginger è scomparsa.

Ma non per modo di dire; è proprio scomparsa. Abbiamo cominciato con la solita battutina: “Eh, la Gingi, è andata subito a rintanarsi, eh eh”. Poi la battutina si è fatta leggermente nervosa. Un paio di persone, con la scusa di andare in bagno o sgranchirsi le gambe per l’appartamento (?), si sono messe in cerca con discrezione. Giravano per le stanze, ripassavano dal salotto per prendere un sorso di birra e una patatina e facendo un risolino ebete buttavano lì un “Niente, eh?”. Vedendo la squadra delle ricerche passare per il salotto per la quarta volta con aria sempre più preoccupata, anche gli altri hanno cominciato a guardare distrattamente intorno, abbassarsi con nonchalance per spiare sotto il divano. Con improvvisa preoccupazione, abbiamo notato tutti le finestre spalancate.

La ricerca si è fatta, in breve, molto seria. Sette adulti in giro per un appartamento di 67 metri quadri, intralciandosi l’un l’altro, camminando lentamente con gli occhi bassi, zuccando contro le pareti. E ognuno che non sapeva bene se fosse lecito mostrare vera preoccupazione o se bisognasse continuare a ostentare calma e fiducia. Gli amici ancora non abituati a distinguere un gatto nero dall’altro, ogni tanto diffondevano false speranze gridando “Eccola!”, ma era solo Pecan che dava la scalata all’attaccapanni.

A un certo punto è diventato evidente che il panico stava prendendo il sopravvento. Si guardava nei posti più improbabili. Il frigorifero. Io sono andato al quinto piano per scendere piano piano e controllare le scale e i pianerottoli. Un’amica è uscita per strada con l’idea di rastrellare il quartiere. Ci siamo rivisti nell’androne: entrambi a mani vuote. Era il momento più buio, quello che – insegna il buon Coelho – precede immediatamente il sorgere dell’alba. Infatti in quel momento chiamano l’amica sul telefonino: tornate, trovata!

La stronza si era infilata in un cassetto della cassettiera in bagno, in mezzo a morbidi asciugamani puliti. E stava lì con quello sguardo un po’ finto-sorpreso, come il militare alla fine del film Mediterraneo, quello che non vuole ripartire e si nasconde nella cesta e quando Abatantuono lo vede lui gli fa, come se nascondersi nella cesta fosse la cosa più normale del mondo: “Cosa c’è? Cosa c’è, cosa vuoi?”.

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