GALATEO METROPOLITANO

… nel senso della metropolitana. La metro parigina ha un suo galateo – diverso, per esempio, da quello della metro milanese (non sono sicuro, in effetti, che la metro milanese abbia un galateo). Un galateo semplice, certo: quante cose c’è bisogno di sapere per salire su un vagone, restarci un po’ di tempo e scendere? Ma non per questo meno importante o rispettato.

La prima differenza che noti rispetto a Milano è che la gente non si alza mai in anticipo per la propria fermata. Nessuna anziana signora, due minuti abbondanti prima di arrivare alla propria stazione, ti chiede con tono vagamente ansiogeno “Scusi, scende?” Anche se è l’ora di punta, soprattutto se è l’ora di punta e il vagone è strapieno, la gente resta al proprio posto fino a che il treno si ferma. Meglio se questo posto è a sedere, lontano dalle porte, con un mare di gente pressata nel mezzo. C’è più gusto nell’alzarsi di scatto quando tutto sembra perduto e declamare “Pardon”. E a quel punto, avete presente Mosè? Ecco, il mare di gente si apre in due. Tutti, nessuno escluso, si schiacciano sulle pareti come gli omini-blob che i cinesi vendono in Corso Vittorio Emanuele. Anche il punkabbestia, anche i giovani pseudo-rapper dall’aria minacciosa da Banlieue, tutti scattano e obbediscono al galateo metropolitano. E la persona che deve uscire passa senza affanno, scendendo sulla banchina giusto in tempo perché il treno lanci il segnale di chiusura delle porte. Se ci sono più persone che devono scendere, è ancora meglio: un coro di Mosè, le acque si dividono in cento modi diversi, armonicamente, e i tempi sono calcolati (giuro) in modo che l’ultima persona metta piede sulla banchina proprio mentre parte il segnale di chiusura delle porte.

Cosa tiene in piedi un meccanismo tanto perfetto? L’incoscienza di chi è disposto a rischiare di perdere la fermata? La distrazione e la fortuna? L’ostinazione nel voler usufruire del proprio diritto a stare seduti durante tutto il viaggio e a non dover per questo perdere la fermata? Secondo me è la fiducia nel sistema, di cui ovviamente anche la gente (gli altri viaggiatori) fa parte. Il sapere che ha sempre funzionato e sempre funzionerà in questo modo.

Un altro esempio di galateo metropolitano, meno interessante, sta nell’uso degli strapuntini. Vicino alle entrate ci sono dei sedili tipo strapuntini, che si abbassano per essere usati e si alzano, sparendo, se non servono. Il galateo vuole che chi è seduto su uno strapuntino, quando il treno è pieno, si alzi e rinunci a stare seduto: in questo modo, lo spazio occupato dalle sue ginocchia protruse viene messo a disposizione di altri viaggiatori. Anche questa regola viene applicata a meraviglia, ma mi affascina meno del trucco di Mosè.

Poi c’è la questione della disposizione dei sedili. Nella metro milanese, tranne alle estremità di certi vecchi vagoni della linea 2, i posti a sedere sono messi lungo le pareti. In quella parigina invece sono disposti come quelli del treno, tipo “salottini” da quattro persone che si guardano in faccia a due a due. Ovviamente questo sistema prende molto più posto, ma allora perché usarlo? Perché far soffrire i viaggiatori in piedi, schiacciati, mentre questi gruppi di quattro avrebbero abbastanza spazio per prendere il tè coi biscotti e accavallare le gambe? Sono stupidi gli ingegneri francesi? La perdita di posto è solo apparente? C’è una ragione sociologica più importante di quelle prettamente logistiche? Piace constatare poi che anche se qualcuno si siede sul posto esterno, quello interno non resta mai vuoto: il nuovo arrivato piuttosto si struscia contro quello già seduto come se fossero un ferro da stiro sulla camicia, ma caschi il mondo se non raggiungerà il posto interno lasciato vuoto. In questo modo a Parigi non funziona quella tattica egoista e un po’ sgradevole di sedersi sul lato esterno per scoraggiare gli altri dal sederti accanto. Nessuno si tiene due posti tutti per sé.

Mi chiedo infine perché su molte linee della metro parigina le porte non si aprano automaticamente, ma solo azionando una leva (nemmeno premendo un pulsante, badate: girando una specie di manovella). Risparmio energetico? Voglia di mettere alla prova la prontezza dei viaggiatori? Scarso rispetto per chi, metti caso, ha perso l’uso delle mani? Economia di movimento, per tenere sotto controllo l’entropia? Ci deve essere una ratio e sarebbe interessante (beh, relativamente) stabilire se hanno ragione loro a fare in questa maniera o il resto del mondo, tra cui l’Italia, in cui le porte si aprono sempre e comunque, in automatico.

Ma qualcosa mi dice che ho già passato troppo tempo a pensare al funzionamento dei metro. I need a life.

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