ADDIO, TOPA CANADESE!

Faccio fatica a tenere il passo di quel che accade, soprattutto dei mille accadimenti virtuali dentro la mia testa. Allora torniamo a sabato sera, che non doveva esserlo ma è diventato un tour alla ricerca della Parigi che ricordavo e non vedevo da tanto tempo…

A cominciare da Le chat qui pêche, il vecchio ristorante dove la zuppa di cipolla era buonissima e la raclette più che dignitosa; cercato e trovato non subito (me lo ricordavo all’inizio della via, invece era alla fine) ma abbastanza facilmente nel Quartiere Latino, zona che non riesco a non amare nonostante sia, penso, la più sputtanata di Parigi, quella dove anche il più parigino dei parigini, se ci passa in mezzo, si sente un turista: e come potrebbe essere altrimenti, con tutti i ristoratori greci che ti chiamano, con il loro accento fortissimo, fumando una sigaretta, “Monsieur, Monsieur! Voilà deux places, ici Monsieur!” e tu tiri dritto perché va bene tutto ma fermarti a cenare dove il ruffiano di turno ti chiama proprio no. Per fortuna a Le chat qui pêche nessuno ci chiama, quindi ci possiamo sedere. Onestamente non so dire se già sette anni fa il proprietario fosse straniero (greco o turco direi), ora comunque lo è. La zuppa di cipolle è salatissima e la raclette dimenticabile. Meglio proseguire oltre Rue de la Huchette e tornare sul lungo Senna, e infilarsi nella mitica Shakespeare and Company, la libreria in lingua inglese della Rive Gauche.

Tanto per intenderci, anche la mitica Shakespeare and Company è un’attrazione turistica, ma a modo suo. Per lo più ci trovi studenti e adulti americani che vivono a Parigi per qualche tempo, settimane o mesi forse. E poi i curiosi come noi. Dentro sembra un posto che non è cambiato negli ultimi 250-300 anni. Quell’antico-muffoso che se fosse in casa tua ti metteresti a urlare, ma in una vecchia libreria parigina è très charmant. Giro fra i tantissimi libri e le stanzine microscopiche, mi schiaccio contro le coste odorose dei libri ogni volta che incrocio qualcuno – non ci credereste quanto sono piccole le stanze e stretti i passaggi – e mi rendo conto, con piacere, che non si sono ancora decisi a esporre i libri secondo un ordine qualsiasi. La parola anglofona più in voga nella libreria inglese è random: tutto a caso, qui dentro. E al piano di sopra, nelle stanzine ancora più piccole, ragazzi seduti come se fossero su quel divanetto da ore, chiacchierano in francese e in inglese e non hanno un libro in mano; non guardano nemmeno i libri, credo che vadano nella Shakespeare and Company solo per passare qualche ora a chiacchierare senza spendere cinque euro per un cappuccino a Saint Michel.

Attraversiamo il ponte e siamo nell’Île de la Cité e anche qui scatta un collegamento istantaneo con il passato: i pattinatori ai lati della piazza di Notre Dame la prima volta li vidi durante l’Inter Rail del 1991, sono ancora là (non gli stessi, eh, magari i loro figli, sembrano adolescenti). C’è molta più gente ai lati che guarda, oggi, allora ricordo che ti mettevi subito in prima fila a guardare, sabato sera invece per arrivare in prima fila abbiamo dovuto piazzarci all’estremità, dove finiva la loro esibizione. Meglio così, visto che quello era il punto più interessante di tutti: lì infatti il giovane ragazzo di colore atterrava dopo aver preso a tutta birra una breve rampa ed essere saltato oltre una sbarre che, come ci ha mostrato chiaramente, era ben più alta del cappellino che teneva con la punta delle dita, in fondo al braccio teso in verticale. Un fenomeno!

Infine di isola in isola andiamo sull’Île Saint-Louis, quella più piccola, meno famosa e più bella delle due, dove trovo ancora il ristorante “medievale” in cui in realtà non sono mai andato, mentre scopro che non esiste più The Beaver, ovvero Il Castoro, il piccolo pub canadese dove andavo a guardare le partite di football americano nel 2005-2006; restando praticamente l’unico cliente dopo l’1 di notte (era pur sempre la notte di domenica, la mattina dopo cominciava la settimana lavorativa…) per poi fare i due chilometri a piedi nelle notti di gennaio per tornare a casa nel Marais. Il gestore del Beaver era più ubriaco dei suoi clienti; un giovane simpatico col basco di lana e la barbetta. Ora invece c’è un locale più pettinato che si chiama “Be There” pub: notate l’assonanza? Beaver, Be There. Solo che si perde un gustoso gioco di parole. Beaver, il castoro, è infatti un animale-simbolo del Canada. Ma è anche uno dei tanti nomignoli dati dagli anglosassoni alla, ehm, a lei… che chissà perché si prende sempre i nomi dei roditori (in Italiano, “topa”). Ora invece Be There, ovvero: sii là, o sii qua, insomma, “siici”. Forse Beaver era troppo imbarazzante per il nuovo stile. Peccato, era divertente!

Le chat qui pêche è scaduto, la libreria resiste, i pattinatori tengono duro ma la topa canadese non c’è più. Insomma finisce 2-2. Un dignitoso pareggio.

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