ON THE ROAD AGAIN

Una volta (non per tirarmela però eravamo in Zambia in mezzo alla savana, intorno a un fuoco scoppiettante dopo il tramonto, con un bicchiere di Martini Rosso molto poco africano in mano) si parlava con la Serry e il Mack di un argomento che ci stava molto a cuore: cosa ci muove nello scegliere la destinazione per un viaggio. Per noi, drogati di viaggi, la cosa era importantissima e ci sembrava assolutamente fondamentale capirlo, e confrontarci.

Conoscere un posto nuovo? Ma conoscere cosa: la cultura popolare del luogo, il paesaggio naturale o magari l’arte e le opere dell’uomo? O tutte e tre le cose insieme? E in quali proporzioni? E se ne avessimo dovuta scegliere o privilegiare una sola? Oppure quel che conta è lo spirito d’avventura? O magari il famoso “staccare” dalla realtà quotidiana, che fa un po’ “generazione di alienati”? O magari è riposare la testa, come i manager stressati? O riposare il corpo, più banalmente? No, tutti abbiamo escluso “riposare il corpo”, dopotutto siamo o non siamo una civiltà talmente sedentaria che per non farsi venire due chiappe come due facce di Botero deve pagare fior di quattrini per frequentare palestre e piscine, o correre ingollando biossido di carbonio sulle strade padane? E poi, ti immagini delle persone che per riposare il corpo montano e smontano la tenda tutte le sere nella savana e vanno a cercarsi un cespuglio per fare pipì sperando di non incappare in un leone? No, riposare il corpo no.

A un certo punto quando tutto sembrava finito la Serry ha buttato lì una cosa a cui nessuno aveva ancora pensato, infatti siamo rimasti zitti un minuto intero: «Io quest’anno volevo fare questo viaggio più che altro per il gruppo di persone, con cui mi trovo bene».

Allora il Mack, che ha un approccio sistematico alla vita, ci pensa su un momento e fa: «Tu sei people-driven». Silenzio. Noi stavamo capendo, ma non osavamo dire niente. Poco dopo lui aggiunge: «Secondo me la distinzione principale è fra chi è place-driven e chi è people-driven. La Serry è people-driven, lei sceglie in base alle persone con cui vuole passare le vacanze. Io sono place-driven perché scelgo in base a dove voglio andare».

‘sta cosa del people-driven vs. place-driven mi è tornata spesso in testa. Mi fa porre domande a me stesso, poi mi fa anche accusarmi e litigare da solo, poi mi chiarisco e faccio la pace. Sembra banale, ma non è così. Uno pensa subito che “people-driven” significa socievole, aperto, altruista, uno che dà valore ai rapporti umani e ai sentimenti, mentre “place-driven” significa più distaccato, forse egoista, uno che dà la priorità ai suoi interessi e gusti personali, quasi un cuore di pietra.

Ma il “place-driven” può essere anche più curioso, più vivace intellettualmente, più esploratore, più aperto alle novità e più libero, mentre un “people-driven” può essere magari più dipendente dagli altri, meno autonomo, più abitudinario, più portato al comportamento emulativo o adesivo, bisognoso di modelli di riferimento da “copiare”.

Fortunatamente, ho deciso, anche questa biforcazione mentale (che strada scegli? chi sei?) va a far parte del fantastico mondo delle alternative facili, cioè quelle in cui «non esiste un giusto e uno sbagliato», frase che ci consola immediatamente e ci fa sentire più tranquilli. Miii, pensa se uno dei due era sbagliato. Che rischio… potevo essere sbagliato! Invece: non esiste un giusto e uno sbagliato.

Sollevato da questo timore, ho potuto guardare le cose con più tranquillità e devo riconoscere che nella mia vita sono stato entrambe le cose a momenti alterni o a volte anche in contemporanea. Volevo andare a vivere a Londra perché era Londra, e l’ho fatto. Place-driven. Sono tornato dal Messico (che adoravo) per ragioni sentimentali. People-driven. Nelle vacanze sono certamente più place-driven. Nel teatro, inteso come gruppi teatrali con cui ho lavorato, sono più people-driven. Tutti i libri che ho letto per ragioni “filosofiche” (cioè per capire, imparare, ragionare, cercare risonanze, sfide, idee), sono libri place-driven: si intitolano “Desiderio di deserto”, “In viaggio con Erodoto”, “Un’idea dell’India”, persino “Anatomia dell’irrequietezza”. Non ci vuole Freud. Forse, fino a qualche tempo fa place-driven vinceva ai punti.

Ma nel parlare con la Babs in questi giorni mi accorgo che questa avventura milanese, il cui accadere è stato un po’ casuale, improbabile, improvvisato, mi ha reso molto più people-driven. Per “colpa” della “people”, ovviamente. La people che vive e ruota intorno a questa città così ottusamente vituperata e scioccamente accusata di essere fredda e materialista (ma che posti frequentate, stolti accusatori?).

Questa imminente avventura parisienne, il cui accadere è frutto di una lunga e lenta evoluzione, di un processo che si è messo in moto anni fa, è invece sintomatica di una filosofia place-driven. Non è un problema. La vita è fatta di contraddizioni. Il discorso dello yin e dello yang è un grande classico, un po’ trito ma molto vero. L’attore usa tutto quel che capita in scena e lo trasforma in oro.

 

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Una risposta a ON THE ROAD AGAIN

  1. pat ha detto:

    E ora che finalmente sei parigino, vedi di non perdere le buone abitudini del buon teatro.
    Se non hai mai visto nulla di Pina Baush resterai estasiato….
    1., 2., 3., 5., 6., 7., 8. Juli 2011
    …COMO EL MUSGUITO EN LA PIEDRA, AY SI, SI SI…
    Paris, Théâtre de la Ville
    Dauer 2h 40min

    Baci dalla caldazza milanese
    Pat

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