Goodbye, Silver Beamer

E così oggi, grazie a un procedimento estenuante iniziato alle 9 e terminato esattamente cinque minuti fa, alle 17:55, con una postilla che mi vedrà domattina alle 8 in Bovisa, abbiamo venduto l’Argenteo Splendore. Mi ero immaginato un addio un po’ romantico, tipo farci l’ultimo viaggio gustando fragole e Champagne. Invece è finita tra Dario Argento e Stanlio e Ollio: orrore + ridicolo.

Tutto è iniziato quando l’acquirente franco-ungherese è apparso agli Arrivi di Orio al Serio, anzi, poco dopo. Per la precisione, il delirio inizia quando gli dico: “Spostiamo la macchina in un angolo tranquillo del parcheggio così la puoi esaminare con calma”. E, acceso il motore, comincio a manovrare per uscire dal parcheggio, e il volante fa: “craaaaaaah… craaaah” ogni volta che lo giro. Eh? Ma che è ‘sta roba? Mai sentito!

Mi fa: “Come mai lo sterzo fa così?”. E io, perplesso: “Mah, non so, non lo ha mai fatto…”. E’ una risposta talmente assurda che, sebbene io sappia essere sincera, non mi credo neanche io.

Scendiamo e lui comincia a girare intorno alla macchina, osservandola. Improvvisamente, sotto i miei occhi atterriti, si aprono segni e graffi sulla carrozzeria che, giuro, non c’erano mai stati prima. Eh? Ma quando è apparso quel bozzo? E quella riga? Possibile che finora la guardassi così distrattamente? Lui osserva con nonchalance: “In effetti mi avevi avvisato dei segni sul davanti, ma ce n’è un po’ anche dietro…”. Ma io sono troppo impegnato a tergermi il sudore con un accappatoio, che poi strizzo generando un nuovo corso d’acqua parallelo all’Adda.

Apre la portiera del guidatore, si piega, osserva… e mi indica un punto all’interno. Mi avvicino e vedo anch’io, per la prima volta, questa specie di melassa nera e viscosissima, un brasato di petrolio, barolo chinato caramellato che fa capolino da sotto l’inserto in pelle. Il suo sguardo interrogativo incontra il mio volto, pietrificato.

“Ma nei sei anni in cui l’hai avuta non avevi mai notato questa cosa che cola? Nell’altro sportello non c’è”. No, giuro. Ma non riesco a dirlo. Sono come Macbeth trafitto da mille spade.

“Puoi aprire il cofano?”, mi chiede. Certo, penso, anche se mi chiedo cosa si possa capire di un motore soltanto guardandolo. Mah, tanto cosa cambia?

“Sai cos’è questa?”, mi dice. Cosa, penso, quel muschio oleoso che sembra essere cresciuto intorno a quel piccolo serbatoio il cui scopo mi è del tutto sconosciuto? No, non ne ho idea. Sembra pelo di alce impastato con la pece, vorrei dire. Ma ormai non ho più polso né battito cardiaco.

Dopo una dozzina di telefonate in ungherese a qualche suo amico, si convince che devono essere tutti peccati veniali perché partiamo in autostrada. Incredibilmente, si va.

Quasi trecento chilometri dopo, a pochi passi dal Monte Bianco, mi sto chiedendo frastornato come sia possibile che durante il viaggio sia andato tutto bene: nemmeno una spia improvvisamente accesa, nemmeno la capote che si squarcia di punto in bianco. Anzi, ci siamo fermati a una stazione di servizio e abbiamo fatto ispezionare il muschio nel motore e il rumore dello sterzo a un meccanico che ha detto “tutto bene, non c’è niente che non va”.

Tutto bene, quindi. Quasi. A dieci chilometri dal tunnel, punto in cui ci saluteremo e l’affare sarà concluso, sentiamo: “tac, tac, tac, tac”. Viene da dentro. Un rumore tipo di plastica dell’auto che cade a pezzi. Come la mia faccia. “Sai cos’è questo rumore?”, mi dice. “Auwfghlllbsh….”, rispondo. Non ho nemmeno la forza o il coraggio di aggiungere: “mai sentito prima”. Che è pure vero. Fa per parcheggiare, non riesce a inserire la marcia indietro. Sto per dire “devi spingere il cambio verso il basso, sotto la prima”, ma prima che lo possa fare, lui ha pensato che bisognasse tirare il cambio verso l’alto. E gli resta il cambio in mano. Giuro. Svengo sul sedile del passeggero, come il copilota in “L’aereo più pazzo del mondo”. La Babsie, che ci ha seguiti con la sua auto, mi rianima a schiaffi (morali).

Valutiamo la situazione. Gli propongo un piccolo sconto. Annuisce. Poi ci mettiamo a svitare le targhe, lui prende dallo zaino quelle temporanee francesi.

Guardo l’auto per l’ultima volta, la vedo infilarsi nel tunnel. Me la immagino che esce dall’altra parte, lentissima. Con lui dietro che la spinge a piedi.

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2 risposte a Goodbye, Silver Beamer

  1. LaDani ha detto:

    Potrebbe essere che il franco-ungherese portasse una sfiga atomica oppure che la Babsiemobile non volesse lasciare voi. In ogni caso, adieu à les deux

  2. Matteo ha detto:

    Mi hai fatto morire dal ridere 🙂

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